L’era del remake

Il cinema degli ultimi anni ha proposto una quantità via via sempre maggiore di remake e di reboot di film e serie televisive del passato, lanciando una vera e propria moda, specialmente per quanto riguarda alcune major del settore. Ma quali sono i motivi di questo successo?

Il remake nasce indubbiamente per scaldare i cuori di un pubblico nostalgico il quale, anni addietro, aveva determinato il successo di uno specifico prodotto cinematografico o televisivo. Dunque è evidente che alla base della riscrittura vi sia la malinconia. Oltre a ragioni sentimentali, ciò che risulta più importante per le case di produzione è poi una questione di marketing: riproponendo qualcosa a cui il pubblico era già affezionato, indipendentemente da quanto sarà gradita o meno, il successo al botteghino è garantito. Risulta molto più semplice vendere un prodotto a qualcuno che già lo conosce e che è incuriosito dal vederlo riproposto in modo innovativo che creare un prodotto nuovo e dover riconquistare dall’inizio la fiducia dello spettatore. Quasi tutte le case di produzione hanno contribuito a questo fenomeno, basti pensare a film come Dune, A Star is Born, Persuasione o alle serie tv How I met your Father, Fate: the Winx Saga, And Just Like That, tutti successi basati su altri successi precedenti. Una tecnica efficace, ma che potrebbe condurre a risvolti più tristi se utilizzata in maniera eccessiva.

È proprio su questa nostalgia che la Walt Disney Company sta costruendo la sua strategia di vendita da qualche anno a questa parte. Nel corso del D23 Expo, evento in cui la major presenta ai fan le prossime uscite, sono stati presentati moltissimi remake live-action, prequel e sequel di film già visti: Inside Out 2, Hocus Pocus 2, Disincanto (sequel di Come d’Incanto), Avatar: la Via dell’Acqua, Mufasa: The Lion King, Peter Pan e Wendy e il super dibattuto La Sirenetta. Una formula sicuramente efficace perché bussa alle porte delle case di quei bambini che, ormai cresciuti, vorrebbero far innamorare i propri figli degli stessi film di cui si innamorarono loro da piccoli, oppure richiamare all’appello i fan che, anche se ormai adulti, mantengono il proprio interesse per i personaggi che hanno accompagnato la loro infanzia. Prendiamo a esempio La Sirenetta, in cui il remake, oltre a riproporre un classico, cerca di adattarsi ai tempi contemporanei attraverso il cast. Il ruolo di protagonista affidato a Halle Bailey è sicuramente una scelta nobile all’insegna dell’inclusività, ma nasconde comunque una sottile strategia di marketing che, sfortunatamente, fa perdere un po’ di fiducia al pubblico più conservatore. Nonostante il rischio di ricevere critiche da parte di alcuni vecchi fan del film d’animazione del 1989, Disney è consapevole che così facendo attirerà una fetta di pubblico molto più ampia che comprende anche coloro che criticano la nuova Ariel, sempre all’insegna della nostalgia.

Questa strategia è stata messa in atto a partire dal 2010, anno in cui uscì nelle sale Alice in Wonderland, primo live action di un film d’animazione, in cui effetti speciali e 3D giocarono un ruolo fondamentale e rappresentarono una novità. Fu il punto di partenza che ha poi dato vita a una catena di produzione sempre più florida: Maleficent, La Bella e la Bestia, Cenerentola, Aladdin, Mulan, Il re Leone, tutti titoli ben noti al grande pubblico riproposti e rivisitati. Strategia sicuramente efficace per la vendita, ma che denota un grave difetto: l’incapacità della “Fabbrica dei sogni” di creare qualcosa di innovativo che faccia sognare le nuove generazioni. In passato la Disney subì una grave crisi creativa terminata proprio con la pubblicazione de La Sirenetta nel 1989, che segnò l’inizio del così detto “Rinascimento Disney”. Oggi pare che tale crisi stia tornando e che quella del remake e del reboot sia l’unica soluzione per avere una sicurezza economica sufficiente per colmare eventuali flop.

Il caso di Walt Disney Company è forse quello più estremo nell’industria cinematografica odierna, ma rappresenta lo stesso un campanello d’allarme. Il cinema in sala sta attraversando l’ennesima crisi provocata dall’era dello streaming e stroncata dalla pandemia, ma, oltre a questo, sembra che si stia aggirando anche una crisi creativa che coinvolge persino i colossi come Netflix. Una sempre più tragica assenza di film di largo consumo originali, che profumino di novità e di qualità, lontano dalle commedie vuote proposte recentemente o dai drammi privi di contenuto che invadono le piattaforme. Quella della nostalgia sembra essere la via maestra: in certi casi contribuisce alla creazione di opere nuove (come Stranger Things), in altri fossilizza l’arte sui semplici ricordi in modo quasi manieristico.

Giulia Calvi

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