Nerone: despota sanguinario o imperatore magnanimo?

Lucio Domizio Enobarbo, passato alla storia semplicemente come Nerone, fu l’ultimo imperatore romano appartenente alla dinastia giulio-claudia. Figura illustre e sfortunatamente rinomata per alcune pagine buie della storia romana, Nerone fu il personaggio più psicologicamente emblematico che visse nella Roma imperiale.

Poeta, attore, musicista, amante dell’arte e, in fondo, artista lui stesso, Nerone soffriva probabilmente di un forte desiderio megalomane di apparire e il suo obiettivo era quello di farlo con stile. O meglio… con grandissimo sfarzo e opulenza. Infatti, è in questo periodo che a Roma, grazie proprio alla figura di Nerone, inizia a sovrapporsi (e progressivamente a sostituirsi) alla figura dell’imperatore severo e austero ligio al Mos Maiorum quella di un sovrano molto più simile a quelli dei regni ellenistici.

Propugnando il culto della propria personalità, Nerone riuscì ad accattivarsi i favori del popolo, senza però allontanarsi dalla classe senatoria, difficile da accontentare e sempre severa nei suoi confronti.

Il popolo amava Nerone. Perché opprimeva i grandi, ma era lieve con i piccoli.

Napoleone Bonaparte

Sebbene amasse essere osannato e, quindi, considerato un dio, Nerone era molto attento ai bisogni (non primari) della popolazione, specie di quella di ceto più umile. Panem et circernses era, in poche parole, una parte del suo programma politico: grazie all’ausilio di spettacoli e giochi si accattivava l’attenzione del popolino e, con numerose riforme fiscali e monetarie, riuscì definitivamente a ottenere il suo appoggio.

Quinquennium felix: il periodo d’oro di Nerone

Tralasciando il modo con cui Nerone sia salito al trono, e quindi anche le misteriose circostanze in cui Claudio sia morto (probabilmente avvelenato da Agrippina, madre dello stesso Nerone), i primi cinque anni di governo, dal 54 al 59 d.C., sono ricordati con la definizione di Quinquennium aureum, ovvero di Quinquennio d’oro, o felix, cioè felice. Questo perché, in fin dei conti, Nerone ha saputo governare bene, grazie anche all’appoggio della madre, abilissima tutrice (e, volendo, regnante nascosta nell’ombra), al prefetto al pretorio Afranio Burro e, soprattutto, agli utilissimi consigli del filosofo stoico Seneca, suo precettore.

È proprio in questo periodo che Seneca è riuscito, almeno in parte, a realizzare il sogno di qualunque filosofo dell’epoca: i saggi al governo. In fin dei conti, infatti, Nerone, praticamente ancora adolescente è stato guidato moltissimo da Seneca e molte delle sue decisioni sono dipese dai suoi consigli.

Megalomania che porta all’ossessione

Divorato dal desiderio di apparire e di ostentare ricchezza a non finire, Nerone diviene presto vittima dell’ossessione di essere circondato da traditori e, quindi, finisce con l’allontanare da sè tutti quanti, se non con l’ucciderli. Prima la madre Agrippina, la quale però resiste a più di un tentativo di omicidio. Poi, Seneca.

Consumato dalla pazzia e dalla paura di morire per mano di congiurati, l’ultimo periodo del regno neroniano è vittima degli attacchi degli storici. Un esempio è l’incendio di Roma del 64 d.C. Alcuni parlano di un Nerone mandante del grande disastro e, addirittura, narrano che cantasse la distruzione di Ilio, cioè della città di Troia, con alle spalle gli edifici di Roma che bruciavano. E poi le malelingue sono state accontentate dal fatto che Nerone avesse deciso di ricostruire Roma sì, ma di ritagliarsi molto del terreno bruciato per sè. Stava per iniziare, infatti, la costruzione della Domus Aurea.

Nicola Gautero

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