Buddha10: la bellezza è negli occhi di chi guarda?

Giardino zen del Museo d’Arte Orientale di Torino: la pace e l’essenzialità del luogo contrastano con la folla concitante sparsa ovunque, chi seduto, chi in piedi, in attesa dell’apertura di questa nuova mostra così affascinante e misteriosa per tutti. Quasi come una folla di fedeli devoti, in attesa di entrare nel tempio per ammirare la reliquia sacra. La metafora non è casuale, dato che la nuova mostra proposta dal MAO intitola Buddha10: frammenti, derive e rifrazioni dell’immaginario visivo buddhista. Più che una mostra si tratta di un vero e proprio progetto di riflessione e ricerca critica, che mette in discussione il concetto stesso di opera d’arte museale e di come sia cambiata la percezione e rappresentazione del buddhismo e della sua iconografia artistica e religiosa, dai luoghi d’origine fino all’approdo in Occidente.

È una mostra unica nel suo genere, dalla durata annuale: cominciata il 20 ottobre terminerà il 3 settembre del 2023. Ma soprattutto è pensata come un progetto in continua evoluzione, nel quale gli oggetti e le opere esposte cambieranno nel corso dei mesi. Un invito quindi a ritornare, a mantenere aperta la finestra di riflessione che il MAO ci vuole proporre: cos’è vera bellezza e arte? Quando un oggetto diventa un pezzo da museo, un’opera espositiva, dal valore estetico piuttosto che un manufatto sacro e religioso? Quali processi e quale storia si nascondono dietro ad ogni statua, ogni ciotola, ogni oggetto votivo ritrovato? Qual è il rapporto fra queste opere e le nuove tecnologie? La mostra s’interroga proprio sulla diversa ricezione di questi oggetti a seconda del contesto in cui si trovano: dagli ambiti religiosi e rituali d’origine, come grotte e templi, fino alle collezioni private e alla teca in museo. Per questo, particolare attenzione è stata data alla scenografia e agli allestimenti della mostra: si è scelto un approccio essenziale, senza grandi pannelli espositivi, privilegiando schermi con scritte e immagini a scorrimento; inoltre, si è cercato di ricreare gli ambienti originari che ospitavano tali statue, attraverso un sapiente gioco di ombre, luci soffuse e profumi, che rimandano chiaramente ad una dimensione sacrale, conferendo alla mostra un carattere immersivo non da trascurare.

Queste sono solo alcune delle molte domande poste al centro dalla mostra. Alle quali il museo si propone in parte di rispondere, ma che lascia in parte aperte, con la possibilità che sorgano nuove domande: è un’autoriflessione che vuole aprirsi a tutto il panorama accademico museale rivolto all’Oriente. Non si tratta di mettere in discussione solamente l’oggetto museale in sé, ma soprattutto le collezioni asiatiche ascrivibili al buddhsimo presenti nel contesto italiano ed europeo, in un’ottica post-coloniale che superi la visione troppo spesso esotista ed orientalista che abbiamo di questo materiale culturale.

Tre sono le parole chiave: esposizione, ricerca ed esperienza. In particolare, la seconda risulta interessante, dato che uno dei temi centrali della mostra è anche la questione dell’autenticità delle opere pervenute: quanto davvero sappiamo di statue e reliquie che diventano oggetti museali? Grazie alla collaborazione con il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” e molte altre collaborazioni a livello internazionale, la mostra pone al centro un lavoro di restauro e ricerca scientifica, con alcuni fra i nuovi e più tecnologici mezzi dell’ambito. Il fine è quello di svelare la fattura delle opere, le modifiche subite nel corso del tempo, che possono illuminarci sul background culturale da cui provengono e sulla storia che hanno affrontato. Il restauro addirittura avverrà in loco, durante l’apertura della mostra stessa, in modo da dare la possibilità al pubblico di vedere un processo e un lavoro di ricerca spesso celato dietro le quinte. Grande spazio è stato lasciato anche alla dimensione innovativa e tecnologica: schermi a scorrimento informano i visitatori delle scoperte fatte tramite strumenti tecnologici avanzati, e una parte della mostra stessa è interattiva e fruita tramite realtà aumentata.

Una panorama vasto e poliedrico, una partecipazione multidisciplinare e internazionale: sono tutte premesse per una mostra che può davvero arricchire il dibattito e la ricerca sull’arte asiatica. Oltre ad essere un’esperienza unica per il pubblico per fruire dell’opera museale in modo totalmente originale e critico.

Rachele Gatto

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