Il bilinguismo tra miti e dati di fatto

Negli ultimi anni la narrazione sul bilinguismo si è fatta ancora più serrata: non c’è niente da fare, sembrano concordare tutti, due lingue sono meglio che una. C’è chi ha la fortuna di nascere da genitori di nazionalità diverse, c’è chi viene iscritto da piccolissimo a corsi specifici o asili dove si parla esclusivamente inglese, nella speranza che un giorno diventi fluente come un nativo. Ma, insomma, il trend non varia: se c’è la possibilità di imparare un’altra lingua sin bambino, bisogna approfittarne.

Ma essere bilingue rende davvero una persona più intelligente? Costituisce un vantaggio concreto? E dove mettiamo coloro che apprendono un secondo linguaggio da adulti?

Che cos’è il bilinguismo?

Ma procediamo con ordine: innanzitutto Treccani descrive il bilinguismo come «la capacità che ha un individuo, o un gruppo etnico, di usare alternativamente e senza difficoltà due diverse lingue», ma gli studiosi e i ricercatori sono ben lontani da concordare su una definizione che metta d’accordo la linguistica, le scienze e la psicologia. Per alcuni è sufficiente comprendere e farsi comprendere – più o meno bene – in uno o più idiomi, per altri è strettamente necessario conoscere ogni regola grammaticale e sintattica. E poi c’è chi solleva la questione culturale: ci si può davvero definire bilingue se non si ha coscienza di una delle due culture?

Da bambini o da adulti, sempre di più lingue si tratta.

Nell’immaginario comune, bilingue si nasce: è il caso dei bambini con uno o entrambi i genitori stranieri, quelli che a casa alternano l’italiano ad altre lingue. Per prima cosa, occorre notare come anche in questa categoria le eccezioni sono molto più comuni che lo stereotipo. Molto spesso, infatti, i figli parlano la lingua straniera solo con uno dei genitori, altre volte il linguaggio che si assume tra fratelli è diverso da quello che si usa con il resto della famiglia, altre volte ancora si inizia un discorso in un modo e lo si finisce in un altro.
È bene realizzare che non esiste una regola univoca proprio perché questo fenomeno è definito così ampiamente che tentare di ignorare certe casistiche non solo sarebbe riduttivo, ma anche deleterio, in quanto si tratterebbe di impoverire il dibattito, spogliandolo di tutte le sue sfumature.

Allo stesso modo, sarebbe un errore tacere le esperienze di chi bilingue diventa. Si tratta tanto di chi, trasferitosi da un Paese all’altro, è suo malgrado costretto a imparare un nuovo linguaggio, quanto di quelle persone che pur senza spostarsi apprendono un idioma semplicemente perché lo desiderano. Quest’ultimo fenomeno sta crescendo irrefrenabilmente grazie alla globalizzazione e alla comunicazione lampo, basti pensare che i contenuti dei social media vengono per lo più fruiti in inglese e che parimerito le serie TV e i film più popolari siano prodotti da paesi anglosassoni: ne deriva che una buona porzione delle nuove generazioni non solo è fluente in inglese, ma talvolta si ritrova a pensare e a usare inconsciamente espressioni in questa lingua.

Conoscere più lingue ci rende intelligenti?

Lo stereotipo vuole che il bilingue sia una sorta di superuomo: più sveglio, più portato al multitasking, capace di apprendere le lingue più velocemente degli altri. Come per ogni altro mito un fondo di verità c’è, ma studi approfonditi su questo fenomeno hanno fatto chiarezza su questo fenomeno.
Anzitutto, nessuno è veramente portato al multitasking, e questo semplicemente perché anche il multitasking a sua volta è un mito: concentrarsi con successo su due cose contemporaneamente è impossibile, purché sia comprovato che i bambini bilingui riescano a spostare più velocemente la loro attenzione da un’attività all’altra.

Nel 2017, uno studio della professoressa Sarah Grey della Fordham University di New York City ha evidenziato come, inoltre, le persone bilingui riescano a imparare le lingue più velocemente della loro controparte monolingue. La ricerca consisteva nell’insegnare un nuovo linguaggio a un gruppo variegato di persone, monitorate a fine lezione usando l’encefalogramma. Sono state riscontrate, già alla fine del primo giorno, un modello di onda cerebrale cosiddetto P600 durante le analisi sui bilingui. Queste onde sono visibili solamente quando l’individuo ha già iniziato a processare una lingua.

Nascere bilingue, poi, comporta un vantaggio ancora più grande: gli studiosi concordano che in questi casi l’elasticità cerebrale è più marcata. In poche parole, il grado di salute cognitiva tende a essere più alto, e nei bilingui l’incidenza di malattie come la demenza è nettamente inferiore alla media – anche nei casi più gravi i sintomi si rilevano quando la persona è molto anziana e mai precocemente.

Nessun svantaggio, quindi?

Non proprio, in realtà.
Secondo le professoresse Erika Hoff e Cynthia Core sin da neonati si è capaci di distinguere varie lingue. Questo certamente sfaterebbe il mito del bambino bilingue confuso – in passato addirittura si riteneva che insegnare due idiomi diversi portasse alla balbuzie o addirittura a disturbi come la depressione – ma spiegherebbe come mai i bilingui impiegano più tempo a imparare: apprendere in parallelo due lingue richiede del resto più sforzi e più tempo.

Similmente, è stato comprovato come questa categoria abbia un vocabolario meno ampio e più difficoltà a esprimersi usando una sola lingua – chi rientra in questa classe, così come chi ha conoscenti bilingui, saprà sicuramente del classico «non mi viene in italiano.»
Parliamo, in questo caso, del code-switching, e cioè di quel cambio repentino da un idioma all’altro non tanto per confusione, quanto più per mancanza di un lessico abbastanza esteso da coprire certe lacune.

Come pensa un bilingue?

Viviamo in una società che per molti versi ragiona in modo esclusivamente dicotomico. Un altro dei luoghi comuni è che chi parla più lingue pensi per la metà del tempo in un linguaggio e per l’altra metà in un altro. In realtà c’è chi pensa sempre e solo in una lingua, chi in due – e lo stesso discorso si può fare per i sogni.
È naturale che certi concetti risultino talvolta intraducibili – sentimenti, verbi d’azione, e perché no? Ogni tanto anche imprecazioni e insulti – costringendo il parlante a scegliere un idioma rispetto a un altro, ma anche a ragionare e a vedere il mondo in modo diverso.
Non a caso l’Ipotesi di Sapir-Whorf sostiene proprio che il linguaggio modifichi il modo in cui un popolo interpreti la realtà; lo stesso potrebbe accadere per un bilingue? La risposta è più complessa, perché non sempre si ha un contatto stretto con l’altra cultura, con le sue tradizioni e il suo modo di vedere le cose, e allora l’interrogativo sorge spontaneo: chi rientra in questa categoria quanto è davvero influenzato dalla lingua che sta parlando?

A conti fatti, il fenomeno del bilinguismo è un campo ancora da scoprire e la realtà è ben più colorata di quello che l’immaginario comune di solito si figura. Questa collettività di esperienze così diverse tra loro, per quanto possa rendere complicato dare definizioni univoche e puntuali, è però un patrimonio troppo prezioso per non essere indagato.
In fondo, non si tratta solo di capire quali marce in più abbia un bilingue – e se queste esistano effettivamente – ma di aprire uno spiraglio, si spera ogni giorno più ampio, sulla variegata esperienza umana.

Rebecca Siri

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