Mercoledì: la recensione

Quando si parla dello stile, dell’iconografia e della poetica di Tim Burton, di solito si pensa ad atmosfere gotiche e romantiche, l’assurdo della periferia americana anni ’90 che incontra l’horror di scenari e personaggi vittoriani, il tutto condito da una buona dose di humour. Tutto vero ed è soprattutto vero che questi sono gli aspetti che hanno reso Tim Burton non solo famoso presso il grande pubblico ma anche iconico. E tuttavia, se penso a un’immagine che più di tutte catturi, in pochi fotogrammi, il cuore del lavoro burtoniano sarebbe questa:

Crediti: https://www.filmpost.it/curiosita/edward-mani-di-forbice-johnny-depp/

Kim che abbraccia Edward in Edward mani di forbice, il contrasto tra il biondo e il vestito bianco di Winona Ryder con le lame e le occhiaie di Johnny Depp, e sullo sfondo un albero di Natale.

Ok, put a pin in it, parliamo di Mercoledì.

La serie

Netflix torna a sperimentare e porre la sua firma su prodotti iconici dell’immaginario comune, restituendo una versione nuova e moderna per i più giovani. Con Mercoledì, tocca a La famiglia Addams essere reiventato e riproposto, così da diventare una pietra miliare per la nuova generazione. La serie, prodotta appunto da Tim Burton, segue le avventure di Mercoledì, la più grande dei pargoli della famiglia Addams, ormai adolescente e in un collegio per reietti, la Nevermore Academy, che ospita ragazzi con abilità mostruose o semplicemente con bizzarre propensioni al macabro, al sangue e all’omicidio. In questa sorta di Hogwarts in versione halloweenesca cominciano presto a succedere cose strane e Mercoledì diventa la protagonista di un’indagine in piena regola, nonché l’oggetto di una profezia che sarà in grado di cambiare le sorti della scuola e dei suoi giovani studenti.

Woe doesn’t work

Sono sicura che Mercoledì Addams approverebbe la mia scelta di iniziare con una nota negativa questa recensione. In realtà devo subito deludere la nostra eroina: più che vere e proprie note dolenti, Mercoledì ha tanti elementi che avrebbero potuto funzionare meglio. Il principale è che la serie fatica, in pieno stile adolescenziale, a scegliere cosa vuole essere. Tralasciando drammi teen e un triangolo amoroso che, in un certo senso, possono essere prevedibili in un prodotto Netflix, la serie oscilla tra una sorta di modern fantasy dalle tinte soprannaturali e un classico whodunnit dal sapore vintage. L’evento che dà il via alla narrazione è una scia di brutali omicidi che stanno tormentando la vicina cittadina di Jericho, l’oasi di normalità più vicina alla Nevermore Academy (in effetti, Jericho stessa è un po’ un’occasione sprecata di calcare ancora di più la mano sulla parodia del tipico villaggio americano tutto zucche, festività locali e caffetterie, in stile Una mamma per amica). Jericho da tempo convive con la comunità di vampiri e lupi mannari della Nevermore in una sorta di precario equilibrio. Gli omicidi potrebbero essere la miccia che manda in fumo la flebile convivenza e per questo lo sceriffo locale è determinato ad andare a fondo della questione nella maniera più discreta possibile. Se non fosse che deve fare i conti con la nuova detective wannabe della Nevermore, la nostra Mercoledì, che inizia un’indagine parallela. Questa è una delle trovate più riuscite della serie: ci sono tutte le premesse per andare oltre il personaggio originale e creare una detective iconica, una sorta di Signora in giallo versione goth che andrebbe a raggiungere idealmente Poirot e Sherlock Holmes nel novero degli investigatori vecchio stile con un’iconica e immediatamente riconoscibile personalità. Peccato quindi che la serie non abbia il coraggio di rimanere su questa strada e che presto il soprannaturale prenda il sopravvento soffocando la Mercoledì-detective in favore di una storia forse più veloce e adrenalinica piena di maledizioni generazionali e soprannaturali, in cui Mercoledì rischia di essere ridotta a un mero trope, quello del chosen one. Quest’ultimo scenario per fortuna non si realizza perché Mercoledì, nonostante sia l’oggetto di una profezia e una predestinata (tutti elementi che in mani meno sapienti sarebbero la ricetta perfetta per un’insopportabile Mary Sue), riesce a mantenere una sua profondità al di là del suo ruolo. In questo aiuta anche il fatto che per buona parte della serie Mercoledì, con il suo humour tagliente e il suo cinismo dilagante, sia un personaggio tutt’altro che perfetto, sicuramente una pessima amica e fidanzata, e tutto ciò non passa inosservato ai suoi coetanei, né Mercoledì viene facilmente e distrattamente perdonata. Resta comunque un po’ di amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere un prodotto genuinamente innovativo e che finisce per correre il rischio di confondersi con altri prodotti teen simili come, per esempio, Le terrificanti avventure di Sabrina.

What is woe-nderful

Ci sono un sacco di note positive su Mercoledì: la recitazione di Jenny Ortega, che non ci fa rimpiangere l’iconica performance di Christina Ricci, prima fra tutte. E poi il fatto che la serie risulti riuscita nonostante i numerosi ostacoli concettuali da cui partiva: seguire una Mercoledì adolescente significa che la serie non può beneficiare di quell’effetto di divertito smarrimento nel vedere una bambina professare il suo amore per l’omicidio. E ancora, il fatto di ambientare l’azione tra “mostri” priva la serie del contrasto tra la cupezza degli Addams e la patina perfetta e color confetto della “normalità” del sogno americano. Infine, la serie effettivamente patisce, ma sorprendentemente non in maniera fatale, dal venir meno dell’elemento corale dei film.

Ma non è niente di tutto ciò che fa innamorare di Mercoledì. Vi ricordate quella premessa sulla poetica di Tim Burton?

Time to take that pin out! C’è un filo diretto tra l’abbraccio di Kim ed Edward che abbiamo visto prima e quest’immagine:

Crediti: https://www.sportskeeda.com/pop-culture/wednesday-ending-explained-is-tyler-monster-nevermore-academy

Per tutta la serie ciò che definisce Mercoledì, come le fa notare la sua professoressa, interpretata da Christina Ricci in un cameo, è l’abilità di non lasciarsi definire dagli altri. E questo è un dono ma, intendiamoci, chi non ha mai sentito che questo dono ci rende un po’ tutti reietti sta mentendo.

Qui c’è il cuore della poetica di Tim Burton: l’idea che solo nell’amicizia, nell’amore, nelle connessioni sincere con l’altro, sia possibile un pieno riconoscimento e accettazione del proprio io. Quest’abbraccio tra Mercoledì ed Enid è il culmine di entrambe le loro storyline: Mercoledì capisce che i sentimenti non sono debolezza; Enid capisce che il fare le cose a modo suo, con i suoi tempi, non la condanna alla solitudine, all’essere senza un branco. Piuttosto il proprio branco si sceglie, si costruisce.

“Tutti i migliori sono matti” dice Alice al Cappellaio Matto in Alice in wonderland e vuol dire proprio questo: la fedeltà a sé stessi non deve significare solitudine e non c’è niente di più vero del vedere il proprio io compreso e accolto da coloro con cui ci apriamo. Solo che in Alice in wonderland queste parole risultano vuote e retoriche, perché il rapporto tra Alice e il Cappellaio non ha nessuna credibilità: è freddo e non c’è alcun impegno evidente. Mentre questo è ciò che Mercoledì capisce: il riconoscimento, le connessioni sincere non avvengono senza impegno. Mercoledì deve lasciar cadere piano piano le sue barriere ed Enid deve imparare a comprenderle, accettarle e penetrarle senza sbatterci contro. Non è un’immagine così immediata come risolvere – o meglio scegliere di risolvere – l’annosa quaestio di come si abbraccia qualcuno quando si hanno lame al posto delle mani, ma è il ritorno al cuore pulsante del lavoro di un regista che si era perso e adagiato nella sua aesthetic.

In tutto ciò, nell’idea che bisogna offrirsi vicendevolmente comprensione e grazia per raggiungere un livello di accettazione con gli altri che non comporti un sacrificio di ciò che ci definisce intimamente, Mercoledì non solo è un insegnamento eccezionale per il suo pubblico, soprattutto quello più giovane, ma è un ritorno al migliore Tim Burton che merita di essere celebrato.

Ginevra Gatti

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