Social network e stereotipi

4 febbraio 2004, 21 marzo 2006 e 6 ottobre 2010: nell’ordine i giorni della creazione di Facebook, Twitter ed Instagram. Al loro arrivo tutti erano convinti che sarebbero stati in grado di annullare le distanze tra le persone e di aiutarle a legarsi tramite la condivisione di contenuti. Dopo anni, a conti fatti, il risultato del loro utilizzo smentisce le previsioni e correla all’utilizzo dei social l’alimentazione sempre più frequente di atteggiamenti lesivi tra gli utenti.

Perché accade tutto questo? Forse perché ad essere importante non è il mezzo in sé, quanto l’uso che se ne fa? Forse perché la creazione di una realtà virtuale ci ha disorientati a tal punto da non farci più percepire il reale peso delle emozioni che proviamo nella vita?

Con il suo nuovo articolo Valerio Abrami ci porta ad approfondire una tematica importante, con l’obiettivo di darci dei consigli per non far diventare nocivi degli strumenti nati come portatori di opportunità.

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Il mestiere dell’odiatore

Coloro che sono familiari con i romanzi di Murakami Haruki, riconosceranno l’assonanza del titolo con il romanzo “Il mestiere dello scrittore”.

E in effetti – oggi più che mai – il mestiere dell’#odiatore e l’arte della scrittura sono strettamente collegati.

In questo articolo di @lightbluealice si osserva il fenomeno degli #haters, soprattutto quelli contemporanei, il cui #odio si riversa sui social network alla pari di veri e propri raid.

L’odio sui social è un fenomeno di gruppo: si forma nei gruppi segreti su Telegram o su Facebook, per poi convergere negli sh*tstorms.
E oggi, l’odiatore non prende più di mira solamente personaggi famosi, oppure le minoranze, bensì il “nemico pubblico” del mondo intero – che però per l’hater non esiste – la pandemia.

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