Perché Shein è uno dei brand del 2022 (e perché non dovrebbe esserlo)

Haul giganteschi di brand fast-fashion, influencer che sponsorizzano marchi che sfruttano la manodopera in Paesi in via di sviluppo, micro-trend che sanciscono continue nuove tendenze nel settore della moda: non si tratta certamente di una novità, sia chiaro. È da almeno un decennio che i marchi fast-fashion si sono fatti strada nel marketing sui social media attraverso l’appoggio di content creator e utenti comuni. Tuttavia, nell’ultimo periodo, si è assistito ad una vera e propria ondata di critiche nei confronti di queste pratiche e in particolare nei confronti di brand non eticamente sostenibili. E allora perché, nonostante le continue critiche e le campagne di sensibilizzazione, il fatturato del settore fast-fashion sta aumentando a dismisura?

Il caso più – tristemente – lampante, è quello di Shein, il gigante cinese che da anni si è affermato come uno dei leader nel settore, vedendo vestiario, prodotti per la cura del corpo e addirittura accessori per la casa. Nell’ultimo anno le sue vendite sono aumentate del 9% solamente negli USA, ma il risultato non è stato tanto diverso in altre parti del mondo. Infatti, la valutazione di questo colosso fast fashion si è duplicata nel corso di un anno: dai 47 miliardi registrati nel 2021, il 2022 si è concluso con una valutazione di ben 100 miliardi. Che cosa significa? Che Shein è diventato una delle start-up maggiormente valorizzate a livello globale e che nel prossimo periodo potrebbe addirittura venire quotato su Wall Street.

Il marchio, fondato nel 2008 da Chris Xu, inizialmente si chiamava SheinInside ed era un tentativo del suo fondatore di fornire un servizio di e-commerce di abiti femminili. Trasformato poi in Shein nel 2015, il brand ha iniziato la sua scalata anche in Occidente. Scalata che, per inciso, si è dimostrata oltremodo rapida e vertiginosa: basti pensare che nel 2020 il valore del marchio era attestato “solamente” a 15 miliardi.

Tra pandemia e micro-trend: i motivi di questa popolarità

Sicuramente la pandemia Covid ha dato una spinta essenziale a una crescita così inaspettata, poiché i mesi di lockdown hanno giovato a tutto il mondo dell’e-commerce. Tuttavia, non si può non puntare il dito anche verso uno sempre più sfrenato consumismo, alimentato, almeno nel mondo della moda, dai cosiddetti micro-trend. Queste tendenze, non durano più di una stagione e spingono i consumatori a comprare i capi più eclettici, purtroppo molto stesso, abbandonati in fondo all’armadio non meno di un anno dopo l’acquisto.
Ogni settimana social come Tik Tok e Instagram lanciano un nuovo must-have. Qualche esempio? Il revival dello stile cottage-core, le gonne micro a vita bassa, il celebre vestito anni ’90 che Jennifer Gardner indossò in “30 anni in 1 secondo”. La saturazione di queste mode, proposte e riproposte in un lasso di tempo ristretto, è forse uno dei motivi per cui il fast-fashion, che fa affidamento su politiche di turnover molto rapide, sia cresciuto così smisuratamente.

Ma perché Shein non è etico?

Il trattamento dei lavoratori

Una recente inchiesta, svolta dalla giornalista Iman Amrani sulle fabbriche cinesi di Gaungzhou, ha evidenziato le condizioni dei lavoratori all’interno delle stesse. Oltre la patina dorata dei prezzi stracciati e di un’offerta in continuo cambiamento, la realtà degli stabilimenti del colosso cinese è risultata agghiacciante: occorre terminare cinquecento capi ogni giorno, i turni di lavoro arrivano sino a diciotto ore, è previsto un solo giorno di riposo al mese. Questo ritmo massacrante è compensato con un salario che ammonta a quattromila yuan – 550 euro italiani, per capirci.
Una mancata osservanza di questi requisiti – e qui sono stati elencati solo i più rilevanti – comporta una cessazione immediata del rapporto lavorativo.

L’impatto ambientale

Quante volte abbiamo sentito dire che acquistare fast-fashion è dannoso per l’ambiente? Ma come, in concreto, brand come Shein incidono sullo stesso? Alcuni ricercatori dell’agenzia governativa Health Canada hanno provato che in una giacca per bambini del marchio è presente fino a venti volte la quantità di piombo legalmente richiesta, una borsa, invece, ne contiene almeno cinque volte di più. La bassa qualità dei prodotti di gamma, che giustifica da un lato i salari così bassi e dall’altro i prezzi stracciati, costituisce un problema anche per ciò che concerne il riciclaggio e lo smaltimento dei vestiti, specie considerando che questi hanno una vita brevissima.

Il trattamento degli artisti

Numerosi artisti indipendenti, così come brand di vestiti di nicchia – e i rispettivi small business owner che si pubblicizzano attraverso i social – hanno lamentato che il marchio abbia copiato i loro design, se non addirittura l’intero modello di un capo.

Di certo i vertici di Shein sono perfettamente consapevoli delle critiche mosse al marchio, ma sinora è prevalsa una politica piuttosto silente: non si nega nulla di ciò che avviene dentro e fuori l’azienda, ma nemmeno ci si muove per smentire attivamente le contestazioni. Del resto, ce n’è davvero bisogno? Il fatturato e la valorizzazione del marchio parlano da sé, così come la struggente facilità nel reperire sponsor online che pubblicizzino i prodotti di questo colosso del fast-fashion.
L’unica prospettiva, dunque, sembra quella di boicottare questo sistema. La domanda però, cui ognuno deve rispondere autonomamente e con sincerità è: chi è davvero disposto a rinunciare completamente alla comodità e ai prezzi di Shein e affini in favore di alternative più sostenibili?

Rebecca Siri

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