Rumore Bianco (White Noise)|Baumbach mette in scena DeLillo

Una lunga serie di incidenti automobilistici di tutti i tipi e la voce del professore di Cultural Studies Murray (Don Cheadle) che li commenta per i suoi studenti. Così si apre l’ultimo film di Noah Baumbach, Rumore Bianco, tratto dall’omonimo libro del 1985 dello scrittore statunitense Don DeLillo.

Si potrebbe dire che nella scena iniziale trovino spazio i temi cardini della storia, ovvero morte/violenza, rappresentazione dei moderni media e dialogo tra realtà e finzione, che si intersecheranno ripetutamente all’interno della vicenda narrata.

La storia ha come protagonisti il prof. Jack Gladney (Adam Driver) e la moglie Babette (Greta Gerwing), genitori di quella che viene definita una ‘famiglia disfunzionale’ allargata in cui i figli di lui, i figli di lei e il figlio che i due hanno avuto insieme costituiscono una galassia di personalità per certi versi brillanti che roteano intorno ai genitori e che contribuiscono ad arricchire la scena di spunti interessanti. A prima vista i Gladney sembrerebbero l’immagine di una tipica famiglia di ceto medio americana, ma i successivi sviluppi ci porteranno sempre di più a identificarla come una deformazione satirica e grottesca di quest’ultima.

Crediti immagine: Netflix

Se il film all’inizio potrebbe sembrare una commedia satirica sulla società americana degli anni ’80, all’apice della sua parabola consumistica, man mano che la pellicola scorre la vicenda acquisisce tinte più fosche, fino a raggiungere il culmine in una delle scene finali che segna il carattere tragicomico della commedia e ne preannuncia una distensione catartica.

Come già anticipato brevemente, la famiglia Gladney sembrerebbe una famiglia convenzionale, ma non lo è. E questo a partire dai genitori: Jack Gladney è infatti professore di studi hitleriani all’università, nonché massimo conoscitore e studioso della figura di Hitler tramite la quale, a detta del collega Murray, ha cercato di proteggersi dalla sua più grande paura: la morte.

Ed eccoci al tema cardine del romanzo e quindi della sua trasposizione cinematografica: la paura della morte. Timore condiviso anche dalla moglie di Jack, Babette, che per sconfiggerlo fa ricorso a un misterioso medicinale, il Dylar, che condurrà i due protagonisti a un epilogo rocambolesco. Questa oscura medicina, che non si trova in commercio, è legata a doppio filo alla paura della morte, ma anche ad un altro tema fondamentale nel racconto, cioè il rapporto tra realtà e finzione. Tale soggetto trova ampio spazio nel romanzo e pertanto si rimandano i lettori interessati alle prime pagine di quest’ultimo, dove ha luogo una brillante conversazione tra Jack e il figlio Heinrich (Sam Nivola nel film), che nella trasposizione cinematografica è stata purtroppo tagliata. Don DeLillo prende spunto dalla teoria del simulacro del filosofo francese Jean Baudrillard per cui quello che percepiamo come autentico è sempre una copia dell’originale non più recuperabile. Il Dylar, in questo senso, è una specie di metafora della vita reale e del mondo consumistico, perché uno dei suoi effetti collaterali è quello di causare la perdita della realtà. Il soggetto che ne fa uso non riesce più a distinguere le parole dalle cose e reagisce fisicamente, ad esempio gettandosi per terra all’udire la frase ‘aereo in caduta’.

Il tema dell’iperrealtà attraversa anche un altro avvenimento particolarmente importante del film, che potremmo anzi definire spartiacque all’interno della storia: quello dell’evento tossico aereo. A poca distanza dalla città in cui vive la famiglia Gladney, infatti, un incidente provoca un’esplosione che innalza in cielo una nube tossica a causa della quale l’intera cittadina viene fatta evacuare. Questo scenario, a metà tra l’apocalittico e il tragicomico per le pieghe che prenderà, sembra avvicinare la narrazione al filone dell’Ecodystopian fiction, genere particolarmente fervente negli Stati Uniti in seguto all’uscita del libro di Rachel Carson Silent Spring nel 1962.

Crediti immagine: Netflix

Ma oltre ad avere effetti negativi sull’ambiente, la nube tossica causa gravi conseguenze anche sugli esseri umani. Uno dei primi sintomi con cui l’avvenuta esposizione alle sostanze tossiche si manifesta è il déjà-vù. Questa particolare reazione ben si lega alla volontà di presentare il confine tra passato, presente e futuro come totalmente levigato, in un’ottica di assenza di qualsiasi origine o causa prima. Esso viene definito nel film come la “realizzazione di precognizioni che abbiamo sul futuro”, ma può anche essere messo in relazione alla contemporanea cultura dell’immagine e al suo immediato accesso che distrugge il nostro senso di cronicità, a ben rappresentare come ogni tema che attraversa le pagine prima e la pellicola dopo di Rumore Bianco sia legato a doppio filo con gli altri.

Risulta particolarmente attuale inoltre il tema della società iper-connessa e bombardata costantemente da immagini e informazioni, in cui la realtà di ogni giorno è necessariamente mediata, tanto da poter dire che essa non esista. Come ci mostra con un anticipo di quaranta anni la famiglia Gladney, noi tutti siamo ormai schiavi dei media; la verità è un qualcosa di astratto che noi assumiamo sia giusto perché i mezzi di comunicazione ci dicono così. L’informazione ci circonda come il rumore bianco, fornendoci micro pezzi di notizie e rendendoci incapaci di focalizzarci su qualcosa. È questo il Rumore Bianco che dà titolo all’opera e che viene in qualche modo associato anche alla morte: E se la morte fosse solo un suono, lo senti di continuo: suono tutto intorno dice il protagonista al collega Murray in una delle brillanti conversazioni che hanno il ruolo di snocciolare i temi latenti dell’intera narrazione.

Sempre a un dialogo con Murray si può infatti ricondurre un importante discorso intorno alla paura della morte che ha luogo subito dopo che il protagonista viene a conoscenza di un’angosciosa notizia sul suo conto. In questa conversazione, Murray espone a Jack la sua teoria sul superamento del timore che lo assilla: la paura della morte può essere infatti superata tramite la violenza, esperita sia come spettatore (e qui ci riallacciamo alla prima scena e ai diversi altri incidenti che vediamo riprodotti sulle TV dei personaggi), sia come attore. Quest’idea porterà il protagonista verso l’epilogo finale: la rinascita dei personaggi è mediata da un’esperienza violenta ed è sancita dal ritorno nel luogo di culto della nostra era (il supermercato) con una nuova consapevolezza.

Il film di Baumbach è riuscito nell’arduo compito di trasporre su pellicola lo spirito del romanzo di DeLillo, rendendoci partecipi delle ansie dei protagonisti tramite l’uso sapiente di primi piani e montaggi, ma anche riuscendo a trasmettere, tramite suoni e colori vividi, la sensazione di essere circondati dall’onnipresente “rumore bianco” e da un luccicante benessere, che altro non è che puro simulacro. Al film di Baumbach si rende inoltre il merito di aver rappresentato la complessità delle compenetrazioni inestricabili tra i diversi temi del romanzo: morte, realtà/finzione, consumismo sfrenato, informazione/disinformazione, famiglia (“la culla della disinformazione mondiale”), pur restando, per dirla con Baudrillard, un simulacro dell’originale.

Chiara Lionello

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...