Il culto dell’iper-produttività: riflessione sulla questione Rossignoli

Nelle ultime settimane il mondo del web è stato scosso da una nuova succulente polemica: Carlotta Rossignoli, la studentessa veronese che si è laureata in tempi record in Medicina, dopo cinque anni e un mese di studi all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Voto: 110 e lode con menzione d’onore. Il suo impegno nello studio era già stato valorizzato dalla nomina ad Alfiere del lavoro da parte del Presidente Mattarella durante il suo percorso liceale, ma il curriculum dell’enfant prodige in questione non finisce qui: Carlotta parla tre lingue, suona il pianoforte, fa atletica e ama viaggiare. Lavora per un programma tv locale, fa la modella e pare anche l’influencer per un pubblico di ben 50 mila followers. Sembra la vita della ragazza perfetta, ma non tutti pensano che Rossignoli sia un modello da seguire.

Al «Corriere della Sera» racconta: “Sono determinata e mi organizzo: ho una tabella di marcia che rispetto senza distrazioni e una famiglia stupenda che mi supporta in tutto. Sono figlia unica e mamma e papà si sono dedicati molto a me. Mi aiuta, poi, il fatto di dormire poco (per me il sonno è tempo perso) e una buona memoria. C’è un terzo segreto: ho una gran voglia di fare. Quando ero in sessione, sotto esame, studiavo dalle 6 del mattino fino anche alle due di notte“. Non c’è dubbio che lo stacanovismo esasperante di Rossignoli sia fonte di grandi soddisfazioni, ma siamo sicuri che sia qualcosa di cui vantarsi? Surclassando l’hating becero, l’invidia dei più e le accuse di favoritismi ed esami a porte chiuse (elementi smentiti dall’Università stessa e perfino da Roberto Burioni) una riflessione più attenta evidenzia come questa narrazione sia sbagliata non tanto per i dubbi che suscita la riuscita così rapida ed efficiente di un percorso accademico del genere. Il cuore della questione sta nel fatto che Rossignoli è la rappresentazione vivente di uno degli aspetti più malati della nostra società, quel cancro che affligge sempre più giovani portandoli allo stremo dell’equilibrio psico-fisico: il culto di una perfezione che con un 110 e lode nasconde il frutto di una società tossica. Quella società della performance che ci vuole sempre attivi, sempre svegli, votati al lavoro e perennemente orientati alla vittoria. Pronti a sacrificare sonno, amicizie, esperienze, ma anche errori che abbiamo tutti il diritto di commettere e che insegnano a rialzarsi più forti. La società in cui tutto deve essere immediato, lucido e splendente di una perfezione rarefatta che nasconde un guscio vuoto. Questa logica del “volere è potere” non è applicabile a un mondo come il nostro, saturo di problemi economici, una crisi del benessere mentale senza precedenti, opportunità lavorative pari a zero a meno che non si viva per lavorare.

L’altra questione importante è quella riguardante il privilegio. Selvaggia Lucarelli scrive per «Domani»: “Il punto è che questa celebrazione del miracolo Carlotta Rossignoli non tiene conto della condizione di partenza di questa brillante studentessa, ovvero l’enorme quantità di strumenti di cui ha disposto e dispone. Che non sono gli strumenti di qualsiasi studente desideroso di laurearsi in tempo record”. Troppo spesso non si tiene conto del fatto che non ci troviamo tutti allo stesso piano: le opportunità del singolo e la sua estrazione sociale, insieme ad aspetti come la condizione familiare ed economica sono variabili importanti. Se Rossignoli ha avuto una possibilità simile è forse anche perché non ha dovuto incastrare lo studio con turni di lavoro massacranti, in un bar o un fast food pagato 5€ l’ora.

Quello che è certo è che il caso Rossignoli ha portato alla luce tanti spunti di riflessione: dallo spioncino aperto sulle possibili attività nebulose delle università italiane, alla sconsacrazione della devozione alla produttività ossessiva, senza tralasciare una demarcazione importante su quanto il nostro sistema sia ormai ebbro di una logica che non premia tanto il merito quanto i sacrifici.

Rossignoli ha da pochi giorni deciso di chiudere definitivamente il suo profilo Instagram, incapace di frenare il turbine di odio di cui è stata artefice ma anche vittima. Ma più che degli haters, Rossignoli è la vittima per eccellenza di un modello più che mai sbagliato.

La lezione che ne traiamo è che una vita piena di soddisfazioni non è sinonimo di una vita perfetta riassunta in un percorso impeccabile. Non c’è dubbio che, anche a seguito delle dichiarazioni di Burioni e del San Raffaele, Carlotta Rossignoli abbia seguito un percorso accademico formalmente privo di qualsiasi irregolarità. Ma quello che ci resta da questa vicenda non è una sentenza su chi sia dalla parte del torto e chi dalla ragione.

Ciò che resta è che la bellezza di percorrere questa strada che è la vita sta proprio nella sua tortuosità, non in un percorso veloce ed eccellente. A tutti deve essere concesso di cambiare via, tornare indietro, inciampare e, perché no, ogni tanto fermarsi ad ammirare il panorama di scelte che ci si prospetta davanti. Ed è il momento che ne diventiamo tutti consapevoli, perché la società cambia se cambiano gli individui che la compongono.

Citando Zerocalcare nella sua celebre serie Netflix: “E allora noi andavamo lenti perché pensavamo che la vita funzionasse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere”.

Viviamo in una società che, direttamente o indirettamente, ci costringe a seguire un percorso predefinito con tempistiche quasi obbligate. Se sei fuori rotta o fuori tempo, sei sbagliato. La linea da strappare lungo i bordi delineata da un destino già scritto tende però a dissolversi negli anni. Gli imprevisti, le difficoltà, la perdita di punti di riferimento ci portano fuori rotta. Ed il bello della vita è nella sua incertezza, non nell’eccellenza.

Caterina Malanetto

Fonti:

ilfattoquotidiano.it

corriere.it

cosmopolitan.com

ilgazzettino.it

Fonte immagine di copertina: vanityfair.it

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