E tu lo sai cos’è l’info snack?

Con l’avvicinarsi della Giornata internazionale degli Studenti, The Password Unito e Thesis 4u hanno avviato una collaborazione. Questo pezzo è nato insieme e come compagno dell’articolo “I Social Network come principale mezzo di informazione delle nuove generazioni”, pubblicato sul sito della startup Thesis 4u, e al video pubblicato sul loro canale YouTube “L’informazione snack ai tempi della Gen Z”, in cui Martina Curati ha intervistato il nostro redattore Valerio Abrami in merito al fenomeno dello snack checking e fake news.

Ma cosa di intende per snack checking e info snack? Provate a pensare a quante volte, nell’ultima settimana, nell’ultimo mese o anno avete aperto un quotidiano e letto un articolo dall’inizio alla fine. Quante volte, di fronte a un post informativo che rimandava a un “link in bio” avete effettivamente cliccato su quel link anziché limitarvi a leggere la descrizione? Se per il numero che avete in mente non vi bastano le dita di una mano, congratulazioni! Siete parte di una specie in via d’estinzione che si prende ancora il tempo di approfondire, gustare e digerire l’informazione. Per voi le notizie sono ancora pranzi della domenica. Per tutti gli altri? Benvenuti nell’era della info snack.

L’info snack è la tendenza, soprattutto tra i giovani ma non solo, di consumare l’informazione a “pillole” tramite quello che appare nell’explorer di Instagram, nella home di Instagram o di Facebook, limitandosi a una fruizione superficiale della notizia ma, soprattutto adottando un approccio passivo nei confronti delle informazioni. Non siamo più noi che decidiamo di informarci, quantomeno comprando un giornale, sono le notizie che “appaiono” nei nostri spazi. Il fenomeno ha subito un’impennata da quando, anche sui social “leggeri” come Instagram, Facebook o TikTok, concepiti come finestre nella vita privata degli utenti, sono sbarcate testate online, attivisti e politici, rivoluzionando così il modo di fare giornalismo, divulgazione e, persino, campagna elettorale. Gli effetti di questo cambiamento sono assolutamente pervasivi: uno studio di Havas media evidenzia come il 20,5% dei giovani tra i 13 e i 18 anni usi Facebook come fonte primaria di informazione, il numero sale al 30,3% per la fascia tra i 19 e i 23 per salire fino al 40% per quella 24-34. Per Instagram i dati sono simili, ma dimostrano una tendenza leggermente invertita: 26% per ila fascia 13-18 anni, 21,7% per quella 19-23, 13,4% per quella 24-34. Niente di sconvolgente in questi dati, che riflettono quello che la pop culture dei social ha reso conoscenza universale: i Millenial stanno su Facebook, la Gen Z su Instagram (non abbiamo i dati per TikTok ma dobbiamo immaginare che siano simili). Quello che rimane è il dato più importante: almeno il 20% dei giovani di qualunque fascia si informa in maniera prioritaria su un social network.

In The Password non facciamo i boomer: i social possono essere un utile e potente strumento di informazione, possono aiutare i giovani ad avvicinarsi ad argomenti normalmente lontani e possono svolgere un importante ruolo nel raggiungere tutti quei ragazzi che non hanno altro accesso all’informazione. Della serie: forse un giornale è meglio che Facebook ma Facebook è meglio che niente. O no?

Come per tutte le cose complesse che hanno a che fare con cambiamenti generazionali e il ruolo dei media nella società la risposta è: dipende. Quello che abbiamo detto prima è vero: i social possono essere utili e possono essere importanti. Non tutti i giovani che si informano sui social si limitano alle info snack e, nella maniera più assoluta, non tutta l’informazione che c’è sui social è di cattiva qualità. Anzi, questi spesso possono essere un ottimo veicolo per un’informazione libera dalle logiche dei finanziamenti dei quotidiani, dalla pubblicità occulta o dalla buona vecchia propaganda. E ci sono testate come Il Post o L’Internazionale che sanno sfruttare social, podcast e altri strumenti digitali per fare un’informazione efficace e di qualità. Ma il rischio del poco approfondimento resta: basti pensare appunto a L’Internazionale, una rivista nata come raccolta di stampa estera in cui l’idea era anche che i lettori andassero ad approfondire gli articoli originali se ne avevano la possibilità. Come si concilia e adatta questo paradigma con l’informazione in pillole a prova di social?

È anche vero quello che abbiamo detto ancora un po’ più su: la fruizione sui social è quasi sempre passiva, regolata da un algoritmo. Questo fa sì che, nel migliore dei casi, ci entri da un orecchio e ci esca dall’altro perché, non essendo supportata da un reale interesse, non abbiamo alcuno stimolo per approfondire o più semplicemente ricordare. Nel caso peggiore, azzera il nostro senso critico, e finiamo per lasciarci travolgere da talmente tante pillole da non saperle più distinguerle le une dalle altre. E, visto che è così facile e veloce inghiottirle, forse nemmeno ci interessa davvero saperlo. I social sono un mezzo potentissimo per gli attivisti, ma bisognerebbe ricordarsi che, per quanto possa essere informativo, l’attivismo, in sé, non è informazione. Se consumiamo contenuti di attivismo passivamente rischiamo di dimenticarcelo.

Ed ecco che ci prendiamo gioco dei boomer che su Facebook si lasciano abbindolare dalle fake news, senza renderci conto che se non stiamo più attenti alla maniera in cui “mangiucchiamo” le pillole che i social ci offrono, potremmo presto raggiungerli nelle schiere degli alfabeti funzionali che popolano i social.

Ginevra Gatti
Malvina Montini

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