Il fondamentalista riluttante: apparenza e identità

Chiedo scusa, signore, posso esserle di aiuto? Ah, vedo che l’ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l’America.”

Nulla è mai davvero come appare: mai che più in questa storia risulta vera questa frase, in cui i confini di ciò che è e ciò che sembra sono labili e sfocati. Tale è l’incipit di questo breve romanzo del 2012 scritto da Mohsin Hamid, promettente autore pakistano che pone molta attenzione nelle sue opere a quello che è il rapporto tra Occidente e Oriente, i pregiudizi, l’incontro/scontro fra culture, ma soprattutto l’importanza della ricerca di una propria identità in un modo sempre più appiattito e globalizzato, in cui si finisce, come il protagonista di questa storia, a diventare “giannizzero” del sogno americano.

Changez è un giovane pakistano trasferitosi in America per la laurea: talentuoso e determinato, viene assunto da una prestigiosa società di consulenza a New York, diventando un abile analista finanziario. Gira il mondo, ottiene successi e promozioni, diventa il pupillo del suo capo e incontra anche l’amore in una giovane artista dell’alta società newyorkese. Ma tutto cambia l’Undici settembre: dopo quella data si rende conto che andando al bar, in coda all’aeroporto, sul posto di lavoro, alle feste, il mondo attorno a lui lo vede in modo diverso. Il colore delle pelle è più scuro, i lineamenti sono troppo medio orientali, la barba diventa troppo lunga, le battute sulle sue origini diventano più esplicite. Changez si rende conto che quel sogno americano che aveva tanto agognato, la vetta che aveva così faticosamente scalato, rinnegando spesso sé stesso e le sue origini, non era mai stato davvero suo. E riprendendo le parole del suo capo, Changez inizia a riconsiderare i suoi “fondamentali“. Così lo ritroviamo in Pakistan, tampinato da un giornalista americano, come esponente di un movimento fondamentalista islamico accusato di essere coinvolto nel rapimento di un professore americano. Ma entrambi nascondono qualcosa e non sono quello che sembrano.

La storia, narrata nel libro dal solo punto di vista e dalla unica voce di Changez, si srotola a noi come un racconto di vita, consumato di fronte ad un tè in un locale affollato di Lahore: ne possiamo sentire la folla, il tepore. La storia di Changez parla prima di tutto di alterità: un uomo che viene da una parte di mondo considerata “in via di sviluppo” che vuole riscattare la sua vita nel cuore della civiltà e del progresso che simboleggia l’America, ma che già dalla partenza si percepisce come “diverso”, “altro”. Ma questo sembra andare bene a chi lo circonda, frattanto che Changez risponde alle aspettative di ciò che dovrebbe essere, un uomo in carriera nella competitiva società capitalista, e non di ciò che è. Perché siamo definiti non solo da noi stessi, ma soprattutto dagli altri e dall’incontro/confronto con gli altri: è ciò che è alla base della costruzione dell’identità, che si costruisce sia per analogia a ciò che siamo, dall’interno, sia per differenza da ciò che non siamo, dall’esterno. E purtroppo spesso sono proprio gli altri che definiscono chi siamo. Ed è così che al giungere dell’evento che più di tutti ha segnato la spaccatura tra oriente e occidente, 11 settembre, Changez si ritrova vittima di forze più grandi di lui. Le piccole parti di sé che aveva rinnegato pur di diventare “americano” diventano visibili al mondo intorno a lui: non è più accettabile nella sua diversità, perché essa è adesso lampante a tutti.

Ma questa storia parla anche di pregiudizio: quello che subisce Changez nel momento in cui diventa strumento di razzismo dell’odio dilagante dopo la caduta delle Torri; quello che lui stesso aveva per l’America, ovvero il pregiudizio di pensare che fosse la realtà migliore a cui aspirare; ma anche il pregiudizio di essere considerato fondamentalista per le sue idee a favore del suo paese, del suo ritorno alla sua terra, del preferire vivere lì alla ricerca e alla creazione di un “sogno pakistano” piuttosto che quello americano. La scelta di Changez non è solo uno schieramento di parti, un’ America contro Medio Oriente, quanto piuttosto un emanciparsi da una guerra economica globale: il vero impero per cui era servo Changez era quello del denaro, del mondo globalizzato che corre, divora, vuole tutto, e vive in un presente dilatato che lascia indietro chi non sta al passo e non si adegua. Sotto questa fiumana in piena la nostra idendità è spesso fiaccata, plasmata, influenzata o perduta. Changez è un esempio di come ritrovare sé stessi, di come ridefinirsi e ridefinire i propri fondamentali, anche quando questi possono apparire “estremi“.

Rachele Gatto

Crediti immagine in evidenza: Pinterest https://pin.it/1O7Bp2Y (immagine tratta dall’adattamento cinematografico del romanzo)

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