Quando le immagini cambiano la storia: il caso “Waco Horror”

L’importanza delle immagini

Da qualche tempo ormai le immagini fanno parte del nostro quotidiano: in qualunque momento, con un unico gesto, possiamo contemplare ciò che il vasto museo della Rete ci offre. Generalmente, osservare un quadro richiede tempo e concentrazione, si ricercano i dettagli, si presta attenzione allo stile dell’artista, si metabolizzano le sensazioni che provoca in noi. Nell’era della velocità però, di fronte ad un’immagine digitale tutto questo scompare: in un solo secondo possiamo passare da una foto di un gatto a una di guerra, senza prestare veramente attenzione a quello che si sta guardando. Inoltre, muoversi da un contenuto ad un altro così velocemente rischia di farci perdere la capacità di emozionarci di fronte a soggetti che invece lo richiederebbero. Diamo le immagini così tanto per scontato che piano piano stiamo dimenticando quanto possano incidere sulla narrazione di un evento e più in generale nella Storia.

Sembrerà strano ma già nel 1916 qualcuno aveva colto il potere della fotografia e con un’immagine contribuì a cambiare il destino di un’intera comunità: si tratta della suffragetta Elizabeth Freeman e del caso “Waco Horror”, messo in risalto recentemente dal fumetto francese Waco Horror ; Elisabeth Freeman, l’infiltrée (L. Lugrin, C. Xavier, S. Soularue, Glénat, 2022).

Locandina per conferenza di Elizabeth Freeman

 

Giustizia attraverso la fotografia

Waco è una città del Texas, nota nell’Ottocento per essere la città più progressista del Sud degli Stati Uniti. Nonostante questo però, la città non fu esente da crescenti episodi di razzismo, che raggiunsero il loro apice nel maggio del 1916 con il caso passato alla storia come “Waco Horror”.

La NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), organizzazione nata qualche anno prima in difesa dei diritti della comunità afroamericana, chiamò una nota suffragetta di allora, Elizabeth Freeman, per investigare sull’uccisione del 17enne afroamericano Jesse Washington. Presentandosi come giornalista, la Freeman interrogò la maggior parte  dei cittadini per capire meglio i motivi del delitto, scoprendo il lato più atroce della città che tanto si faceva vanto del suo progressismo: condannato per aver ucciso e stuprato la padrona bianca da cui lavorava (tesi messa in dubbio in un’indagine del 2011) il giovane fu linciato in pubblica piazza da una folla tra le 10.000 e le 15.000 persone. Al termine del processo, Washington, dichiarato colpevole, al posto che essere portato in cella, venne brutalmente prelevato da un gruppo di cittadini, che seguiti da una crescente folla di spettatori (tra cui bambini), raggiunse la piazza principale e diede inizio al calvario del giovane afroamericano.

Dopo essere stato picchiato e appeso ad un albero, si iniziarono a bruciare e a tagliare pezzi del corpo del giovane, cercando di tenerlo il più possibile in vita per farlo soffrire di più. Pensare che una comunità abbia potuto commettere atrocità simili verso un altro uomo sembra impensabile e quasi frutto di fantasia. La popolazione stessa dopo l’evento sembrò vergognarsi delle proprie azioni, non tanto per gli orrori commessi, che anzi erano ben accettati dalla società, ma più per la paura di vedere il titolo di “città progressista” scomparire e per questo la Freeman non riuscì ad ottenere molte informazioni sull’accaduto.

Ciò che però conquistò furono le fotografie del linciaggio, diffuse come cartoline (e trofei) tra la comunità: sono serie di immagini raccapriccianti  ma uniche nel loro genere perché, a differenza delle solite testimonianze di linciaggi che mostravano solo i corpi senza vita delle vittime, queste documentano le varie fasi del crimine, insieme alla folla che assiste estasiata. Sono immagini molto forti, che possono urtare la sensibilità ma, se ve la sentite potete trovarle qui. Elizabeth riuscì a farsi dare le fotografie, che mandò al The Crisis, il giornale della NAACP, insieme al suo report sull’indagine. W.E.B. Du Bois, che guidava il giornale e figura importantissima nel movimento dell’anti-linciaggio, pubblicò in prima pagina le foto del crimine e il lavoro della Freeman.  L’articolo ebbe risonanza in tutti gli Stati Uniti, si iniziarono a fare campagne contro il linciaggio in tutto il paese e moltissimi giornali condannarono gli orrori commessi. Grazie al lavoro di Freeman e Du Bois si iniziò a tracciare la via verso la fine definitiva dei linciaggi (purtroppo molto lunga, siccome l’ultimo risale al 1998). La città stessa sembra avere ancora difficoltà con l’accaduto: solo nel 2006 la città condannò gli eventi e nel 2016, cent’anni dopo il delitto, il sindaco si scusò pubblicamente con i discendenti di Washington.

Con una certa regolarità assistiamo a dibattiti dove ci si chiede quanto si debba mostrare delle atrocità provocate da guerre o da altre calamità. Qui il lavoro della Freeman (che aveva capito il potere dei media con largo anticipo) può venirci in aiuto: le immagini forti smettono di essere morbose quando vengono contestualizzate, quando ci mostrano senza filtri e ciò che accade accanto a noi. Solo così possono aiutarci ad assumercene le responsabilità e invitarci ad agire.

Maël Bertotto

CREDITI IMMAGINE DI COPERTINA

https://www.rfi.fr/fr/podcasts/vous-m-en-direz-des-nouvelles/20220601-waco-horror-le-poids-des-maux-le-choc-des-photos (Waco Horror ; Elisabeth Freeman, l’infiltrée » l’album de Lisa Lugrin, Clément Xavier et Stéphane Soularue, est paru aux éditions Glénat. © éditions Glénat)

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