Petite Maman e il tempo dell’infanzia

Con Petite Maman, Céline Sciamma realizza una piccola opera che racchiude in sé i presupposti del suo cinema e costituisce un ulteriore capitolo di un percorso di analisi delle diverse fasi della vita: dopo aver rappresentato attraverso diverse lenti di indagine il periodo adolescenziale in film come Tomboy, Water Lilies, Girlhood, in Petite Maman la regista francese esplora per la prima volta il mondo dell’infanzia. Il film si presenta come un capitolo conclusivo – ma allo stesso tempo incipitario – di un percorso di riflessione più ampio, che utilizza i differenti punti di vista modulati dalle diverse fasi di vita delle sue protagoniste per portare alla luce questioni più pie, che dall’individuo si articolano come questioni collettive.

In Petite maman la prima età rappresenta oggetto di analisi, punto di vista e strumento di indagine: l’infanzia come luogo di formazione e prima definizione dell’individuo, luogo primigenio in cui sperimenta per la prima volta l’esercizio del pensiero per formare sé stesso e per definire il mondo attorno a sé, come espressione meno filtrata della sua creatività naturale e spontanea tipica dei bambini e del suo legame con la realtà materiale che lo circonda.
Il punto di vista attorno cui si costruisce il film è infantile, permeato da elementi che sconfessano la percezione del reale logico-razionale propria dell’adulto, ma questo punto di vista non viene sminuito o derubricato a fantasie puerili, bensì possiede una sua dignità e autonomia ed è perfettamente integrato all’interno dell’ordine delle cose rappresentato sullo schermo. Non qualcosa d’altro dalla realtà, ma una parte integrante e sotterranea di essa, se non premessa stessa della sua costruzione.

É proprio all’infanzia che si ritorna per districare i nodi del presente e per ricostruirsi dopo un evento destabilizzante come la morte della nonna di Nelly, evento con cui si apre il film e premessa per la sua successiva evoluzione. Infatti, il viaggio nell’infanzia di Petite maman è essenzialmente l’elaborazione del lutto da parte della piccola protagonista e in parte di sua mamma Marion. Proprio a partire da quel momento il tempo si sospende e, in seguito alla partenza della figura materna, sembra prendere luogo un viaggio verso il passato: quello di Marion, ma attraverso lo sguardo di Nelly, che instaura un dialogo non con la versione adulta della propria madre, bensì con la Marion bambina, un’interlocutrice alla sua pari, con cui utilizza lo stesso linguaggio e con cui condivide gli stessi metodi di conoscenza del mondo.

Questa modalità particolare di costruzione e rappresentazione del legame tra madre e figlia è resa possibile dall’impiego di un genere intrinsecamente connesso con la prima età e con la definizione della fantasia infantile come quello della fiaba: uno strumento antico e a tratti abusato, che nelle mani di Sciamma conosce tuttavia una profonda ridefinizione come strumento narrativo nell’ambito filmico e che gli impedisce di diventare un’espediente grossolano e scontato. La fiaba è integrata all’interno di un impianto realistico, che rimodula gli elementi di fantasia accogliendoli al suo interno senza stravolgerne la natura. Gli elementi di fantasia, infatti, non costituiscono corpi estranei al mondo rappresentato, ma una parte naturale di esso, resi in maniera naturale e spontanea attraverso transizioni di luce e carrellate.

Questo aspetto è evidente anche nel modo in cui gli ambienti vengono ripresi: la magia degli incontri tra le due bambine viene enfatizzata dall’atmosfera del posto in cui essi avvengono, uno spazio naturale e tradizionalmente associato alla dimensione della fiaba come il bosco, ripreso in un contesto autunnale di cui vengono evidenziate le note malinconiche ma allo stesso tempo vitali.

Attraverso l’adattamento della macchina da presa al punto di vista infantile, privo di intermediari che possano infrangere l’illusione fiabesca con elementi di adultità, può quindi avere luogo lo sviluppo del rapporto con la figura materna attraverso una lente inedita. Le due componenti del rapporto si ritrovano in un contesto paritario e speculare, che trascende il legame familiare e i ruoli di madre e figlia, per instaurare un rapporto conoscitivo in cui Nelly e Marion si ritrovano a conoscere e a gestire il sentimento della perdita dallo stesso punto di vista.

Questo rapporto finisce anche per diventare un modo per Nelly per conoscere davvero Marion al di fuori del suo ruolo di madre, e per comprendere gli elementi che la legano a lei e che prescindono dal rapporto filiale: chi era Marion prima di diventare madre? Chi era Marion figlia? In che modo i rapporti tra i membri femminili di una famiglia si articolano nel tempo e influenzano ogni donna della famiglia? Sono le domande a cui Nelly può trovare risposta attraverso l’esplorazione dell’infanzia materna all’interno della sua stessa infanzia e di stabilire un punto di contatto con ciò che non c’è più partendo da ciò che è rimasto. Attraverso questo percorso a ritroso nel passato che ripercorre la storia delle donne della famiglia non solo si ritrova ciò che sembrava perso, ma si costruiscono nuove possibilità di essere, sia per Nelly – che pone le basi per la sua crescita – che per Marion. Il passato diventa uno strumento di conoscenza delle proprie radici e, in quanto tale, uno strumento di scoperta della propria identità: attraverso questa consapevolezza Nelly e Marion possono affrontare la perdita e i cambiamenti che essa comporta.

Il viaggio fantastico di Petite Maman assume l’aspetto così di un viaggio verso la guarigione: il filo che lega le tre generazioni di donne, nel suo essere ripercorso da Nelly e da Marion bambina, sembra uscire dalla dimensione storica per porsi al di fuori del tempo e diventare un elemento astorico a cui. in quanto tale, viene conferita una sorta di immortalità che resiste alle consuete leggi del tempo, che permette alle due protagoniste di conferire un nuovo significato alla perdita e di integrarla nel corso della vita.

Sofia Racco

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