W l’errore: traversata necessaria verso la vita.

Si pensa e si parla tanto, ogni giorno. Tutti i giorni della nostra vita sembrano essere costantemente scanditi da un’impellente, si direbbe quasi ossessiva e soffocante (se non fosse forse iperbolico), necessità di dare spazio a qualcosa che colmi i vuoti dell’esistenza. C’è una sorta di horror vacui imperante e opprimente, che condiziona ormai da tempo (non lo scopriamo certo oggi), implicitamente o meno, tutte le nostre azioni quotidiane.

Come se non bastasse, a questo pesante “imperativo mentale” al quale la nostra società sembra essersi passivamente conformata, si è aggiunta una caratteristica, che a primo impatto sembra decisamente incoraggiante: l’infallibilità. Insomma: fai necessariamente qualcosa e non pensare di poterti permettere la possibilità di sbagliare. Fosse anche di una virgola.

Tutto questo ha delle radici culturali molto profonde. Parte dal presupposto che la nostra vita sia controllabile dal principio in tutte le sue forme e pieghe. Mai pensiero più lesivo e inutile.

Il nostro vivere non si regola in termini di controllabilità, per lo meno non in tutti i suoi aspetti, e questo semplicemente a causa di un dato che è connaturato al genere umano: l’imperfezione.

Ora, come può la pretesa di compiere azioni infallibili coniugarsi con una condizione umana imperfetta?

Basterebbe questo ad esaurire ogni possibile approfondimento.

Noi, che se ne voglia dire, siamo intrinsecamente portati a sbagliare in quanto limitati, sia fisicamente che mentalmente. E questo non per un errore di fondo, bensì per la nostra stessa natura, per questo costante bisogno di ricercare una completezza, che sfugge certamente a chi non ha limiti, ma che rende noi tutti desiderosi di ricercarla, cercando di diventare migliori lungo il percorso che sembra poterla avvicinare.

Percorso difficile, questo sì. Un cammino che è costituito da cadute, salite, discese, fatica, pensieri che si affollano senza sosta, ricerca di aiuto. Un percorso che certamente porta a crescere, ma che mette a durissima prova la nostra stabilità. È un rischio che bisogna avere la forza di correre, ma quanta frenesia porta con sé!

Porta con sé il bisogno di migliorarsi sempre di più, la prospettiva di un tempo tiranno che non ci aspetta, un insieme inestricabile di ansie. Tanta adrenalina che vivifica forse tutto ciò che ci accade. Forse sì, ma il prezzo da pagare, perché certamente tutto ciò esige il saldo, risiede nella nostra incapacità di tollerare i passi falsi. Ogni passo falso, con la pressione a “mordere il collo” e il tempo come spada di Damocle, può risultare un madornale errore. E allora ecco che la società di oggi, immersa nella frenesia della quale si alimenta, dichiara guerra all’errore. Una lotta senza sosta e senza quartiere, come in un retaggio naturale antico secondo il quale sbagliare vuol dire soccombere. Spesso si dice che qualcuno sembra aver confuso la realtà che vive con un videogioco: beh, in questo caso è l’esatto opposto a manifestarsi. Prende forma la consapevolezza che nella vita, a differenza di quanto accade nei videogame, non ci sia possibilità di riavvio. Non ci siano pause, bonus vita e salvataggi automatici. Nella vita ti salvi o ti condanni da solo, spesso senza possibilità di recupero. La trama te la scrivi tu, e spesso non hai tempo per riavviare la console.

Prospettiva triste, forse pregna di un senso di smarrimento totale, ma sicuramente onesto e sincero.

Eppure, ci si potrà domandare come sia possibile affrancarsi da questa mentalità così invasiva e forse deleteria. Tanti hanno provato a offrire degli spunti di riflessione interessanti, senza purtroppo riuscire a sciogliere la matassa.

La verità è che forse non c’è una risposta al di fuori del nostro essere e della nostra mente.

Sì, in definitiva possiamo realmente credere che la risposta che restituisce distensione alla nostra vita, che ci conferisce quel grado di libertà nel viverla con meno paure, sia dentro di noi. Si riassume molto facilmente, in una riflessione che può coinvolgere tutti a più riprese: quella sulla clemenza verso ciò che siamo e che potremo diventare.

Clemenza, ecco la parola che riassume tutto. Troppo spesso, la severità che utilizziamo con noi stessi è un qualcosa che va ben oltre le torture cinesi fatte ai prigionieri di guerra! Ci precludiamo, troppo spesso, la possibilità di sbagliare, di permetterci di cadere. Quando capiamo di aver commesso anche un piccolo sbaglio, da parte nostra siamo subito pronti a dirci le peggiori parole, ad auto-punirci, a privarci di cose che possono farci stare bene, una tra queste: la bellezza del rispetto del tempo che ci viene dato. Subito pronti a trovare i rimedi a quella caduta, ma pensateci bene, non sarebbe meglio andare dritti alle cause, per evitare poi quel senso di frustrazione che ne deriva? Ci aspettiamo sempre troppo da noi. Non dico di abbassare i nostri standard, ma di ridimensionarli: non siamo supereroi, quindi scendiamo dal nostro podio della perfezione e accettiamo anche quei piccoli comportamenti che possono renderci vulnerabili. Parlo a nome di quella categoria di persone che alza così tanto l’asticella che poi rischia di rimanere fregato da tutti coloro che, invece, vivono con tranquillità e con i giusti tempi il proprio percorso.

Ogni fase della vita ha un orizzonte preciso a cui tende spontaneamente. Tutto si collega nel nostro vivere. Sarebbe totalmente improduttivo bruciare le tappe per cercare di accelerare. Nella migliore delle ipotesi, questa definizione potrebbe essere tacciata di talebano fatalismo, ma è forse anche l’unica che priva di una dimensione ultraterrena qualcosa di totalmente terreno, ossia la nostra esperienza qui, nel mondo.

La consapevolezza di poter sbagliare, a lungo proibita, come tutto ciò che viene vietato ha esercitato un certo ascendente. E si direbbe, dopo tanta fatica, che sia finalmente giunta l’ora di appagarlo.

Tutto sta nella rivalutazione dell’errore in una chiave esclusivamente educativa e migliorativa. A beneficio di tutti noi.

Gli errori non rappresentano un pericolo ma un’opportunità. Non vanno demonizzati, o addirittura evitati a tutti i costi, bensì accettati come un fondamentale stimolo a coltivare il limite. Forse noi non sbagliamo per via dei limiti che abbiamo, ma, sbagliando a ripetizione e riprovando, scopriamo i nostri limiti, che non sono certamente precostituiti. Come un calciatore che prova mille volte il tiro in rovesciata prima di fare un gol da fenomeno.

Gli errori permettono di sperimentare e di costruire noi stessi. Sono il nostro fuoco, la nostra benzina .

Arma a doppio taglio, perché può bruciare o dare energia al motore.

Per riuscire a trarne insegnamenti però, dobbiamo abituarci a relazionarci in modo sano con la possibilità di fallire, eliminando quell’ansia descritta a più riprese come dannosa. Come innescare questo processo spesso complicato? Cercando di essere sensibili al riconoscimento degli sbagli e, qui forse molti storceranno il naso, facendone quanti più possibile.

Per imparare dagli errori è importante anzitutto riconoscerli come tali. Chi non è in grado di vederli o di ammetterli continuerà a ripeterli. Perché talvolta è così difficile riconoscerli? Perché si verifica una dissonanza cognitiva, cioè uno stato di tensione psicologica ed emotiva dovuto al presentarsi di due idee contrastanti e fra loro incompatibili. Ammettere un errore entra spesso in dissonanza con la nostra autostima, al punto che ci ritroviamo a giustificarlo o ad attribuirlo a qualcun altro pur di non mettere in discussione le opinioni profonde su noi stessi. Oppure l’errore entra in dissonanza con una nostra convinzione radicata, legata a preconcetti o a esperienze precedenti. A volte, infatti, tendiamo a ripetere un comportamento che una volta si è dimostrato vantaggioso senza renderci conto che le circostanze sono cambiate, e che oggi quello stesso comportamento non è più utile, anzi è fonte di problemi. Lo psicoanalista austriaco Paul Watzlawick chiamava questi comportamenti ripetuti “tentate soluzioni”: siamo talmente convinti che ciò che facciamo sia giusto, che continuiamo a reiterare lo stesso errore. Se dunque ci accorgiamo che nella nostra vita tendono a ripetersi situazioni che ci provocano sofferenza, prima di accusare gli altri o la sorte, proviamo a prendere in considerazione l’idea che l’errore provenga proprio da noi.  

Tutto questo è importante ma non è ancora abbastanza. L’errore ha valenza educativa? Se la risposta, come pare evidente, è affermativa, allora c’è solo una cosa da fare: incentivarlo allo stremo.

La chiusa, forse decisamente problematica, di questo articolo vuole restituire un peso leggero e innocente a errori che, se compiuti solo ed esclusivamente nei riguardi di noi stessi e del nostro ego, possono essere del tutto stimolanti.

L’abbiamo già ribadito, ma corre l’obbligo di farlo nuovamente: può sembrare paradossale, ma in una situazione complessa non solo è importante accettare e riconoscere i propri errori, ma può essere utile fare qualcosa di più: commetterli deliberatamente. L’errore, infatti, genera diversità e varietà; permette di sperimentare, di esplorare. Come suggeriscono Paul Schoemaker e Robert Gunther, esperti in strategie d’impresa e processi decisionali, la pratica di introdurre in un sistema complesso errori controllati – facendo cioè attenzione che la portata degli errori non sfugga di mano – permette di esplorare nuove opportunità. La società multinazionale Procter & Gamble ha coniato lo slogan: Fail often, fast and cheap, cioè “Sbaglia spesso, velocemente e con pochi costi”. Un invito a non vedere l’errore come un nemico, ma come un compagno di viaggio inevitabile e prezioso. Questo è importante soprattutto quando la nostra esperienza con un problema è scarsa.

Se non sai quale sia la scelta giusta, insomma, prendi la scelta sbagliata per non vivere di rimpianti. Da essa scaturirà necessariamente, quasi per inerzia, la scelta giusta, quella che metterà stabilmente ogni cosa al suo posto. Sappiamo che esiste un metodo, a lungo studiato nelle università e applicato nelle scuole, che si basa sulla ripetizione continua di tentativi ed errori.

Ma allora perché questo eccessivo controllo, questa fobia dell’errore? Probabilmente perché esso è ingiustamente percepito come deviante e, in conseguenza di questa visione, come del tutto criminale, in un errore semantico che vuole i due termini sinonimi.

Il deviante, percepito come non conforme, ha una funzione costruttiva. Mentre il criminale porta il caos, il deviante costruisce un nuovo ordine. Sì, direi proprio questo: l’errore permette a tutti noi di costruire un nuovo ordine nelle nostre giornate, ci permette di cambiare strada, di evadere dalla routine statica che corre il rischio di svuotarci. Lo sbaglio non rovina, anzi cambia qualcosa che forse risulta troppo perfetto. Non rovinato, ma non perché maneggiato accuratamente, bensì perché inutilizzato e dunque sprecato.

L’errore sia benedetto allora, anche solo perché ci mette davanti la possibilità di non sprecarci. Di essere una bellissima nave che, nel porto della tranquillità delle cose comode, non vuole starci. Vuole salpare in un mare in tempesta consapevole di riuscire ad affrontare le onde. Sbagliando. Rischiando il naufragio e il danneggiamento, ma potendo così capire veramente il suo coraggio e il suo valore.

Noi dobbiamo decidere chi essere e che rischio assumerci: o la noia di un porto che è colmo di sicurezze o l’ebrezza di una traversata rischiosa e folle verso altri lidi.

Valerio Abrami

Crediti immagine in evidenza: https://www.studentitop.it/wp-content/uploads/2021/05/errori-grammatica.jpg

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