No, i disturbi specifici dell’apprendimento non sono una malattia (e neppure una “scusa”)

Qualche anno fa, insieme ad una mia ex compagna del liceo, ho posto le basi per un progetto (purtroppo mai realizzato a causa della pandemia imminente) volto a sensibilizzare le classi prime delle scuole secondarie nei confronti dell’importantissima tematica dei DSA.

I disturbi specifici dell’apprendimento sono un tema a me particolarmente vicino; ricordo con lucidità quei momenti durante la mia adolescenza in cui non riuscivo minimamente a comprendere il perché di quelli che al tempo definivo ingenuamente semplici “favoritismi”, e quando in prima superiore la mia professoressa di scienze umane mi ha fornito gli strumenti necessari per comprendere questi disturbi, mi sono posta l’obiettivo di agire in prima linea per non far commettere ad altri gli sciocchi errori che ho commesso io quando ero più piccola.

Ho così iniziato a raccogliere testimonianze dei vari episodi di marginalizzazione e di bullismo nei luoghi in cui avevo maggiormente a che fare con i ragazzini (oratorio, centri ricreativi, estate ragazzi) e quando ne avevo occasione raccontavo ciò che sapevo con fermezza, per aiutare chi mi circondava a comprendere che i DSA non hanno nulla a che vedere con una malattia, né tantomeno sono sinonimo di pigrizia.

Da qui è nata piano piano l’idea di creare un progetto, una sorta di tributo al nostro fantastico Liceo, che mi ha permesso di maturare e acquisire i mezzi adeguati a combattere anche questo tipo di disuguaglianze, dovute il più delle volte al fatto che tutti noi, nella nostra miopia, concepiamo l’uguaglianza come formale e non come sostanziale.

Cos’è, dunque, un disturbo specifico dell’apprendimento?

Scomponendo l’espressione, possiamo notare che:

  1. Il termine DISTURBO è caratterizzato dalla radice DIS (che indica un funzionamento differente da quello socialmente considerato corretto e normale) e dalla desinenza TURBO (che denota qualcosa che è in movimento);
  2. L’aggettivo SPECIFICO porta alla luce l’idea di un disturbo che è specifico e non generale;
  3. La formula DELL’ APPRENDIMENTO fa invece riferimento al verbo “imparare”, e si manifesta nei primi anni scolastici, quando si ha a che fare con numeri e lettere per la prima volta.

Un concetto importante da comprendere è che con un DSA non si nasce, e che quest’ultimo si può rivelare soltanto nelle culture in cui scrittura e calcoli sono i principali mezzi di comunicazione.

Inoltre, non ha assolutamente a che fare con l’intelligenza, ma unicamente con gli AUTOMATISMI.

Con il termine automatismo si intende un’attività che una persona è capace di fare automaticamente.

Esempi possono essere andare in bicicletta, parlare, leggere. Se la persona in questione non possiede questo automatismo, questa tende a ripercorrere tutti i passaggi per svolgere l’attività ogni volta che la deve eseguire.

Immaginando l’esempio della bicicletta, è come se ogni volta che vi si sale sopra, si apprenda tutto da capo (salire sui pedali, acquisire l’equilibrio…). Accade nel medesimo modo per il disturbo specifico dell’apprendimento.

Una persona che non presenta l’automatismo nella lettura, per esempio, troverà grandi difficoltà perché è come se ogni volta dovesse fare mente locale dell’intero processo per poter leggere una frase.

DSA: tipologie

Esistono in generale 4 tipi di DSA (dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia), che possono manifestarsi separatamente o congiuntamente. Un esempio pratico è quello del problema di matematica, in cui si possono avere difficoltà con il testo scritto, con i calcoli, o con entrambi.

Secondo la legge 170/2010, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura; per disgrafia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica; per disortografia un disturbo specifico di scrittura, che si manifesta in difficoltà nei processi linguistici di transcodifica; per discalculia, infine, un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

La legge 170

La legge 170 garantisce alcuni diritti ai ragazzi con disturbo specifico di apprendimento:

  • il diritto all’istruzione;
  • il successo scolastico, anche attraverso misure didattiche di supporto, una formazione adeguata e lo sviluppo delle potenzialità;
  • la riduzione dei disagi relazionali ed emozionali;
  • l’adozione di forme di verifica e di valutazione adeguate alle necessità formative degli studenti;
  • la preparazione degli insegnanti e la sensibilizzazione dei genitori nei confronti delle problematiche legate ai DSA;
  • l’utilizzo della diagnosi precoce e di percorsi didattici riabilitativi;
  • l’incremento della comunicazione e della collaborazione tra famiglia, scuola e servizi sanitari durante il percorso di istruzione e di formazione;
  • l’assicurazione di eguali opportunità di sviluppo delle capacità in ambito sociale e professionale.

La medesima legge tutela inoltre altri diritti per il ragazzo con un DSA per quanto riguarda gli strumenti di cui può usufruire:

“Gli studenti con diagnosi di DSA hanno diritto a fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari. […] Agli studenti con DSA sono garantite, durante il percorso di istruzione e di formazione scolastica e universitaria, adeguate forme di verifica e di valutazione, anche per quanto concerne gli esami di Stato e di ammissione all’Università nonché gli esami universitari”.

Per quanto concerne le misure dispensative, esse sono interventi che consentono all’alunno di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e non migliorano l’apprendimento.

Per fare un esempio è possibile dispensare uno studente con dislessia dalla lettura di un lungo brano perché questo tipo di esercizio non migliora la sua prestazione.

Una misura dispensativa può essere, per esempio, quella di consentire allo studente di avere più tempo a disposizione per lo svolgimento di un determinato compito, nel caso in cui questi abbia bisogno di un tempo maggiore rispetto ai compagni per decodificarlo. Nel caso in cui non fosse possibile prevedere del tempo in più, è possibile una riduzione del lavoro rispetto a quello dei compagni. In questo modo lo studente con DSA non verrà penalizzato dal proprio disturbo nell’esecuzione.

Per quanto riguarda invece le misure compensative, si fa riferimento a strumenti didattici (tecnologici o non tecnologici) che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria.

Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo. L’utilizzo di questi strumenti rende più fruttuosa e agevole l’espressione delle potenzialità del singolo studente con DSA. Un esempio pratico è l’uso della calcolatrice per facilitare e velocizzare i calcoli.

I DSA: come riconoscerli

Ultima, ma non meno importate, è la questione della diagnosi.

Molto spesso si sente parlare di test fasulli, indicatori non tanto di un DSA, quanto piuttosto della pigrizia dell’allievo, che “preferirebbe scegliere la strada più semplice al posto di applicarsi”.

Mi spiace deludere chi crede a tutto ciò, ma nel 2022 oserei dire che la scienza è abbastanza preparata sull’argomento da non cadere nell’inganno di un dodicenne svogliato.

Per di più, i test sono costruiti per verificare aspetti che l’interessato nemmeno conosce, e quindi anche se questi volesse ingannare, non riuscirebbe in alcun modo poiché non viene misurato il risultato ottenuto, ma l’automatismo che vi sta dietro (cosa che non si può falsificare: o lo si ha o non lo si ha).

Solitamente nessuno tenta di fingere nei test, proprio perché questo disturbo viene il più delle volte considerato umiliante per la persona che lo possiede.

Più diffuso è dunque il tentare di mascherare il problema e fingere di non averlo, ma purtroppo (anzi per fortuna) viene scoperto subito. Un esempio pratico è, nella parte del test diagnostico riguardante la velocità, provare a velocizzare la produzione di risultati; non avendo l’automatismo, però, il soggetto non può far altro che commettere più errori del dovuto.

Per concludere…

Non c’è alcun tipo di differenza tra un ragazzo con disturbo specifico di apprendimento e non, proprio perché il disturbo si riferisce ad una mancanza di automatismi e non a un problema di intelligenza. Gli strumenti di cui necessita chi ha un DSA servono semplicemente per raggiungere gli stessi risultati nel medesimo lasso di tempo.

Un ragazzo con DSA non possiede, quindi, problemi nel ragionamento, ma nei meccanismi per rendere quest’ultimo più veloce e automatico. L’uso della calcolatrice, delle interrogazioni programmate, dei tempi più lunghi, dei formulari, non si sostituiscono pertanto al ragionamento, ma sono un supporto per compensare laddove l’automatismo manca.

Martina Rosso

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