Tre storie incredibili di alpinismo e dove scoprirle

L’undici dicembre è stata la giornata internazionale della montagna, una ricorrenza che, soprattutto nella nostra regione, porta un significato particolare. La storia della montagna e la storia di Italia si intersecano a partire dal 1863, quando Quintino Sella iniziò a “fare gli italiani” e portò a termine la prima spedizione italiana sul Monviso non per sé stesso, non per il Piemonte, ma per l’Italia Unita. Quella di Quintino Sella e della conquista italiana del Monviso è una storia che va ben al di là del primato atletico o del piantare una bandiera. Dopotutto, la cima del Re di Pietra una bandiera ce l’aveva già e non era italiana. Ma è una storia dall’immenso valore politico e sociale, la storia di una spedizione che riuniva alpinisti piemontesi e calabresi, un ministro e un deputato insieme a umili guide alpine, di come la fatica, l’ignoto e l’emozione di arrivare in un posto tanto vicino al cielo da chiedersi se i mortali vi possano trovare posto siano collanti sociali incredibili. O forse, più semplicemente, gli ingredienti perfetti per una storia indimenticabile.
Per questo vi racconteremo tre storie incredibili di alpinismo, provando anche ad andare oltre l’impresa in sé, e vi daremo qualche dritta su podcast, libri, film dove potrete scoprirle meglio.

La tragedia del Cervino

La conquista del Cervino ha una sua importanza storica per diversi motivi. Per esempio è ricordata come uno dei primi fallimenti del Club Alpino Italiano, all’epoca ancora guidato da Quintino Sella, che dopo l’ascesa al Monviso stava cercando di portare gloria all’alpinismo italiano. Sella non riuscì a piantare il tricolore sulla cima del Cervino per il rotto della cuffia: era il 1865 e due squadre “si sfidarono” sui due lati opposti della montagna entrambi determinati ad arrivare per primi. Il CAI di Quintino Sella partì dal versante italiano insieme all’alpinista Felice Giordano per cui il Cervino era stato un sogno e un’ossessione da diverso tempo; contemporaneamente la squadra britannica, capitanata da un giovane ma brillante Edward Whymper, tentò l’impresa dal versante svizzero. Le due cordate ingaggiarono un vero e proprio testa a testa, ognuno sul suo versante, al punto che la squadra di Whyper batté quella italiana di poche ore se non decine di minuti, ma in tempo per conquistare la montagna.
La conquista del Cervino è, però, ancora più famosa per la tragedia che ha portato con sé e per le conseguenze che questa ha avuto sul mondo dell’alpinismo. Legge universale numero uno della montagna: anche se può sembrare controintuitivo, la discesa è il momento più ostico, si è stanchi, viene preparata con meno attenzione, spesso si perdono le condizioni meteo con cui si è partiti. La tragedia del Cervino non fa eccezione: ancora oggi la dinamica dell’incidente non è chiara ma, durante la discesa, Robert Hadlow scivolò, trascinando con sé altre tre persone compresa la guida. Gli alpinisti a monte resistettero per un po’, poi la corda si spezzò forse per il freddo, forse per la scarsa qualità e i quattro precipitarono rimanendo uccisi. Questo tragico evento diede luogo a innumerevoli polemiche: Charles Dickens, in Inghilterra, si espresse contro la “corsa all’alpinismo”; il «Times», a Londra, lo definì come una scommessa con la morte per motivi di vanità e gloria. Ma, soprattutto, l’incidente sul Cervino, sempre in Inghilterra, diede luogo al primo processo per un incidente in montagna. Il processo ebbe una risonanza mediatica degna del più sanguinario dei serial killer: Whymper fu accusato di aver tagliato la corda, aprendo così un dibattito anche giuridico su cosa sia necessario fare, a volte, in montagna e, in generale, come già sottolineato, fu l’intera pratica alpinistica ad essere messa in discussione (ndr: se ve lo siete mai chiesti, l’espressione “tagliare la corda” viene dall’alpinismo. Se pensate un attimo in quali contesti è usata oggi, capirete non solo il dolore, ma anche lo stigma che circondano tale gesto).

Bisogna un po’ contestualizzare il momento storico: è il regno della regina Vittoria, per anni gli inglesi sono stati i padroni e i pionieri delle Alpi, con grande stizza di francesi, italiani e svizzeri, ma ora ci sono altri orizzonti, più ampi. È ancora utile morire in Europa? Gli europei hanno gradualmente cominciato a recuperare nel XIX secolo, ma l’alpinismo inglese è sempre rimasto un’eccellenza indiscussa. Il processo di Whymper, alla fine, si conclude con un’archiviazione e conquistare una montagna rimane, per i secoli a venire, una delle più grandi espressioni di conquista, anche nazionalistica.

Dove scoprirla?

Della tragedia del Cervino parlano in tantissimi, compreso Edward Whymper stesso nei suoi numerosi libri. Se volete qualcosa di più leggero rispetto all’autobiografia di un alpinista vittoriano vi consiglio l’episodio dedicato alla conquista del Cervino del podcast Storia dell’alpinismo, uno show di libridimontagna. Il podcast è interessante perché, proprio come il profilo Instagram di Clara Mazzi, l’host del podcast, parte da opere letterarie sulla montagna per raccontare storie incredibili con leggerezza e originalità, soffermandosi anche sui risvolti sociali e letterari delle imprese protagoniste.

La parete ovest del Siula Grande

Vi ricordate quando prima abbiamo detto che la discesa è la parte più delicata di una scalata? Ecco tenetelo a mente, perché qui diventa veramente rilevante.
Protagonisti di questa storia sono due giovanissimi alpinisti, di nuovo, inglesi, David Yates e Joe Simpson, che nel 1985 aprirono la via sul versante ovest del Siula Grande, una vetta delle Ande. Yates e Simpson conquistarono la vetta e aprirono la via con relativa facilità ma, al momento di scendere per la via normale, quella sul versante nord, le cose iniziarono ad andare storte: le condizioni meteo peggiorarono e i due si accorsero di aver sottostimato la via verso il basso. Joe cadde e si ruppe una gamba: così, nel 1985, la montagna fu per lui una condanna a morte. A quel punto i due, che avevano finito le provviste e dovevano scendere in fretta e con una gamba rotta, ritornarono sulla parete ovest, quella quasi verticale che avevano scalato e, unendo le due corde insieme, si calarono uno alla volta, legati alle due estremità lungo la parete. Tutto sembrava andare bene, ma a un tratto la parete divenne più ripida e Simpson si accorse di essere sospeso oltre un terrazzino di ghiaccio, un crepaccio al di sotto. Dovete immaginarvi la situazione: Yates è all’estremità superiore della corda, che è lunga 45 metri. Non vede Simpson, né questi ha alcun modo di comunicare con lui. L’intera operazione funziona solo se, ogni 45 metri, Simpson trova un posto in cui poter allentare il peso sulla corda e aspettare Yates, ma ora Joe è sospeso nel vuoto, non può né fermarsi né tantomeno allentare il peso. Yates non vede niente ma sente il peso della corda e di Joe che continua a scivolare. Resiste per circa un’ora e mezza poi sente che sta per seguire il suo amico nel vuoto e taglia la corda. Sceso da solo 45 metri più sotto, Yates vede il crepaccio, capisce che Joe è sicuramente morto e torna al campo base. Ma Joe non è morto: nel crepaccio c’era una piccola lingua di ghiaccio che ha fermato la sua caduta. Con una gamba rotta, Joe Simpson scala il crepaccio fino in fondo e poi fuori, cammina e si trascina per 5 miglia senza cibo o acqua e arriva 3 giorni dopo al campo base. La spedizione sarebbe dovuta ripartire il giorno prima, ma Yates insistette perché aspettassero un giorno in più, forse roso dai sensi di colpa o forse ancora speranzoso in un miracolo. Poche ore prima che lasciassero il campo, un Joe Simpson stremato e in stato confusionale diventò uno dei più grandi miracoli della montagna.

Dove scoprirla?

Qui avete veramente l’imbarazzo della scelta: Joe Simpson stesso ha scritto un libro sulla vicenda, La morte sospesa (Touching the void nella versione originale) da cui è stato tratto un docu-film omonimo. Ma se volete qualcosa di più particolare non potete perdervi, appena avrà una data vicino a voi, la pièce teatrale S-Legati della compagnia dallo stesso nome. Uno spettacolo minimalista, con solo due attori e solo una corda come oggetto di scena ma, proprio come la storia che racconta, di una potenza indescrivibile.

La spinta di Tommy Caldwell

Non so se questa possa definirsi a pieno una storia di alpinismo ma il protagonista è un alpinista e la vicenda inizia su una montagna, e questo ci basta. Il protagonista in questione è Tommy Caldwell, alpinista e arrampicatore sportivo americano. La sua carriera è un crescendo di imprese sempre più sensazionali e più rischiose, soprattutto in arrampicata libera.

Nel 2000 Tommy ha ventidue anni e una gran voglia di avventura. Ha sempre scalato soprattutto sulle montagne del parco dello Yosemite, dove poi tornerà per molte sue imprese successive, ma la sua sete di imprese nuove lo portano, insieme a un amico e alla fidanzata Beth Rodden, anch’ella alpinista e arrampicatrice, sulle vette del Kirghizistan. Le montagne degli Stan sono sempre state i fronti di battaglia sull’Asia Centrale per i terroristi islamisti: il 2000 è un anno in cui nessuno vorrebbe essere un civile americano nelle zone tribali e sulle montagne delle ex repubbliche sovietiche. L’ambasciata americana sconsiglia fortemente al gruppo di Caldwell e Rodden di tentare l’impresa, ma loro partono lo stesso.

Una volta in Kirghizistan vengono rapiti da un gruppo di terroristi e sottoposti a una marcia forzata di sei giorni nelle montagne. In marcia il gruppo capisce ben presto il destino che lo attenderà una volta arrivato alla meta e si rassegna alla morte, d’altronde non c’è modo di fuggire. Finché improvvisamente, quasi per miracolo, senza che riescano bene a dire come, si ritrovano custoditi da un solo terrorista, gli altri fuori portata. Stanno percorrendo una cresta estremamente esposta e molto stretta, l’unico uomo rimasto con loro ha 19 anni e solo un fucile. C’è la vecchia storiella cristiana dell’uomo che chiede a Dio di salvarlo da un’alluvione e riceve in tutta risposta una scialuppa, guidata da umani che lo invita a salire a bordo. La storiella continua ma la morale è che, a volte, per salvarsi, bisogna agire e approfittare delle occasioni anche se non hanno l’aspetto che ci immaginavamo o volevamo. E Tommy agisce: spinge il ragazzo oltre la cresta e scappa con il suo gruppo, salvandosi.

Dove scoprirla

Se siete di fretta, il podcast Storia dell’alpinismo ha anche un bellissimo episodio dedicato a Tommy Caldwell e la sua autobiografia The Push: un’esperienza oltre il limite. Ma se invece avete un po’ più di tempo libero, con questa vi consiglio di andare direttamente alla fonte: non è solo una storia di montagna e non è nemmeno solo la storia di un rapimento. Invece, è l’autobiografia di un uomo e uno sportivo che ha sempre camminato su una linea sottile tra la gloria e l’ambizione, la tragedia e il fallimento. Spingere un terrorista giù da una montagna, passare da vittima a assassino diventa il simbolo principale di quella linea. Non solo da chi sta per morire a chi uccide (in realtà Caldwell scoprirà tempo dopo che il terrorista sopravvisse alla caduta, ma per molto tempo fu convinto di averlo ucciso) ma anche da chi vive a chi muore, da un uomo appeso a una parete a uno che precipita. Una lettura per tutti gli amanti delle “sliding doors” e di quelli che non si danno mai per vinti.

Ginevra Gatti

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