Lo strapotere delle compagnie petrolifere

British Petroil, ENI, Shell: chi più ne ha più ne metta. In un futuro sempre più imminente i loro loghi, innocenti oggi, potrebbero finire per simboleggiare il collasso della civilizzazione. Forse nei miti dei futuri abitanti del pianeta, le ragioni della fine della civiltà dell’oro nero saranno legate ad un misterioso mostro a sei zampe vomitante fuoco, o mostruose conchiglie venute dal mare.

È assodata verità che le multinazionali legate allo sfruttamento dei combustibili fossili siano alte nella gerarchia delle cause della catastrofe climatica che si sta abbattendo sul Pianeta e che, fin dagli albori dell’era del carbone, del petrolio, e del gas, poche compagnie nelle mani di persone sempre più ricche hanno guidato, condotto un’umanità cieca (anche solo per comodo) verso l’orlo del baratro. Ma come è possibile che un gruppo così ristretto di persone e compagnie abbia acquisito così tanto potere?

L’alba del tramonto

In qualche modo i combustibili fossili hanno sempre accompagnato l’umanità: un po’ di carbone è sempre stato bruciato, il gas naturale è stato scoperto e usato la prima volta in Cina 2500 anni fa, ma per secoli sono stati usi marginali. Poi a metà del XVIII secolo, iniziò la prima rivoluzione industriale, e gradualmente il carbone sostituì il legno e l’acqua come forza motrice della specie umana. Un secolo dopo fu il turno del petrolio, con le nascenti richieste di plastica e carburanti.

Iniziò a delinearsi subito una delle caratteristiche fondamentali dell’economia basata su quei combustibili: una forte localizzazione delle riserve. Poche nazioni hanno giacimenti significativi di carbone, petrolio, e gas che possono essere sfruttati in modo economicamente vantaggioso. Ciò ha permesso ad alcuni Paesi, e ad alcune compagnie di acquisire un sempre crescente potere. La storia di come il Regno Unito abbia monopolizzato le ricchezze dell’Iran – allora Persia – è una storia tragica sia a livello ambientale che umano.

L’importanza delle compagnie operanti nel settore estrattivo iniziò a crescere a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. La diffusione dei motori a combustione interna in ambito militare e successivamente civile, la commercializzazione della plastica, un generalizzato benessere economico portò alla formazione della prima unione di grandi compagnie: le Sette Sorelle.

Tenere tutto in famiglia

Fu Enrico Mattei, il direttore di ENI negli anni ‘50, a chiamare il gruppo di sette giganti dei combustibili fossili (fra cui le compagnie che oggi sono British Petroil, ExxonMobil, Royal Dutch Shell) le “Sette Sorelle”, e sicuramente non con affetto, in quanto il desiderio di ENI era di diventare l’ottava, ambizione che si scontrava con la natura elitaria del gruppo.

Le sette compagnie dominarono il boom economico fino alla crisi del 1973, che vide la prima vera strumentalizzazione dei combustibili fossili durante i periodi di conflitto internazionale: la guerra dello Yom Kippur, fra Israele ed i paesi arabi. Le nazioni che in un modo o nell’altro erano alleate a Israele ricevettero, con gravità variabile, embarghi sulle importazioni di petrolio. Le conseguenze economiche furono senza precedenti.

Da allora fu chiara l’importanza che i combustibili fossili hanno nell’equilibrio geopolitico: anche oggi è evidente. Si pensi al peso che ha la dipendenza dell’Europa (e non solo) dal gas russo – proprio in questo periodo una forte leva nelle mani di Putin (e non solo). In questi giorni invernali, con i prezzi del gas alle stelle, una flotta di tanker americani sta trasportando gas diretto alle nazioni europee. E non per gentilezza, ma perché se le politiche sono green, anche i dollari hanno quel colore.

Con l’importanza del fossile, anche il potere delle compagnie produttrici continuò a crescere: investimenti in politica, azioni di lobby sui governi, e via dicendo. Come spesso insegnato dalla storia, il potere corrompe, e così è stato anche per le grandi compagnie del petrolio. 

Giocare sporco

Il caso più eclatante iniziò con la prima presa di coscienza collettiva, politica e scientifica degli effetti dell’industrializzazione della civiltà sull’ambiente e sul clima. Le prime denunce furono accolte con stupore; addirittura compagnie quali Exxon fecero grandi passi nella direzione di liberare l’umanità dalla dipendenza dai principali contribuenti alla catastrofe climatica che stiamo vivendo.

Eppure, dopo la prima iniziale collaborazione, divenne chiaro che gli interessi risiedevano altrove. Big Oil era a conoscenza degli effetti di una continuata immissione di anidride carbonica nell’atmosfera dagli anni ‘50, quasi tre decenni prima che Ralf Pomerance per primo portasse all’attenzione del governo degli Stati Uniti il pericolo a essa legato. E dopo decenni di ostentato silenzio iniziò una intensa campagna di disinformazione che fu tanto efficace da deformare l’opinione pubblica: ancora oggi in diverse nazioni la maggioranza della popolazione non è convinta della natura antropogenica dei cambiamenti climatici.

E questa campagna di disinformazione continua, in modo subdolo, ancora oggi!

Invitare il nemico in casa

A partire da quel punto, il lobbying sui partiti politici divenne dolorosamente chiaro, come chiaro è l’effetto di considerare gli interessi delle compagnie nei processi di decision-making. 

Come si è visto alla conferenza COP26: il gruppo di rappresentativi più numeroso non era di una nazione, ma relativo alle compagnie dei combustibili fossili. Come sia possibile che abbiano così tanta voce in capitolo, si spiega solo capendo quanto esse siano un tassello fondamentale dell’economia moderna.

Come fa notare la BBC, le otto nazioni più colpite dal cambiamento climatico venivano rappresentate alla conferenza da meno persone rispetto ai principali colpevoli, un po’ come se ad un processo ci fossero dieci avvocati difensori per ognuno d’accusa.

Entra in scena il movimento giovanile. Non è la prima volta che gli attivisti cercano di cambiare la situazione. Basta ricordare Severn Cullis-Suzuki, che a Rio, nella conferenza del 1992, accusò i potenti del mondo nello stesso modo in cui Greta Thunberg ha polarizzato l’attenzione mondiale.

Un secondo tentativo

Trent’anni fa, purtroppo, nulla è cambiato: nessun governo si è impegnato seriamente nella discontinuazione dei combustibili fossili, invece, ogni anno, si sono toccati picchi di emissioni sempre più alti. Il nuovo movimento giovanile, però, ha preso il mondo alla sprovvista, inondando le strade, bloccando le piazze, e dando per la prima volta voce alla prima generazione senza futuro.

E con le proteste è arrivato un nuovo strumento nelle mani dei giovani, la legge. A partire dalle prime timide cause, negli anni passati, a quelle recenti e che hanno visto attenzione mediatica, come quella in Francia in cui gli attivisti hanno ottenuto che venisse riconosciuto il fallimento del governo nell’agire contro il cambiamento climatico (con compensazione simbolica di un euro), i giovani e le associazioni hanno cominciato a portare i governi e le compagni in tribunale.

La più importante, forse, risale alla primavera 2021: una corte olandese ha imposto a Shell di ridurre le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 2019, entro il 2030.

Perché gli altri no?

La risposta di Shell non è tardata, e non si può dire che sia stata inaspettata. Per una compagnia basata sulle emissioni, un taglio così severo rappresenta ingenti perdite. L’argomentazione del ricorso presentato a luglio si riduce a “è scorretto che siamo l’unica compagnia petrolifera a essere soggetta a queste angherie”, che dall’esterno sembra una disperata richiesta di soccorso. Quando tutte le compagnie del fossile vedranno il rischio di profitti assottigliati, sicuramente correranno ai ripari. Ulteriore disinformazione? Greenwashing? Lobbying? C’è l’imbarazzo della scelta.

Resta il fatto che il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e anche con una condanna come quella della primavera pendente, Shell non ha mosso ancora un passo nella direzione giusta. Al contrario, nei giorni scorsi è giunta la notizia che le è stato dato il permesso di eseguire una ricognizione al largo del Sud Africa, in una preziosa area dell’oceano ricca di biodiversità. La ricerca vede l’impiego di una sorta di sonar estremamente potente, che grazie ad un’analisi dell’eco di ritorno, permette di identificare la presenza di giacimenti sottomarini. Questa tecnologia usata per trovare risorse non è un’esclusiva umana, anzi: siamo stati noi ad imitare la Natura e, in particolare, i cetacei (come delfini e balene) che la impiegano per cibarsi. Chi avrà la meglio tra un ignaro gruppo di delfini e una tra le più ricche multinazionali? Spoiler: la multinazionale.

Le notizie non sembrano mai nuove, dato che la storia resta sempre quella, che sia girata in un modo o nell’altro, ma la rabbia e l’insofferenza di un numero sempre crescente di persone potrebbe finalmente portare a cambiare le carte in tavola.

Davide Borchia

foto in copertina: http://www.mazzieroresearch.com

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...