Donne dietro le quinte: Artemisia Gentileschi e la sua pittura femminista

Durante le lezioni di storia dell’arte al liceo si studiavano le vite e le opere di una miriade di artisti. C’era chi proveniva da famiglie povere e imparava il mestiere “in bottega”, chi studiava con i migliori maestri dell’epoca, arrivando persino a superarli. C’erano storie di vite elogiate, vite difficili, incomprese. Sono tutte, però, storie di uomini. 
Eppure il talento artistico non è mai stato prerogativa maschile: la società e la storia, semplicemente, si sono dimenticate delle grandi artiste donne.
Una di queste, Artemisia Gentileschi, non solo è stata poco apprezzata in vita, ma ha dovuto attendere dei secoli prima che le venisse riconosciuto il merito delle magnifiche opere che ha realizzato. 

Artemisia Gentileschi nacque a Roma nel 1539 come primogenita di Orazio Gentileschi, pittore piuttosto famoso di scuola caravaggesca. Sin da subito fu chiaro che anche la piccola Artemisia possedesse il dono della pittura, così il padre la introdusse al mondo artistico: prima attraverso le spiegazioni teoriche sulla preparazione degli strumenti e dei colori, poi lasciandola cimentarsi con i pennelli nella sua bottega. Anche lei, quindi, imparò lo stile tipico di Caravaggio: una rappresentazione della realtà per com’è, senza idealizzazioni, ma con un velo di drammaticità, data da un forte contrasto tra luce e buio. Crescendo, il suo lavoro si fece sempre più autonomo: da discepola del padre, ne divenne collaboratrice in alcune tele, per poi dipingere la sua prima opera nel 1610, Susanna e i vecchioni, nella quale Susanna è raffigurata disgustata mentre cerca di respingere due uomini che la sorprendono mentre si fa il bagno.

Susanna e i vecchioni, olio su tela, 1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden

Il padre, riconosciuto l’enorme talento artistico della ragazza, decise di affidarla agli insegnamenti di un maestro di prospettiva, il pittore Agostino Tassi. Quest’uomo, però, era già conosciuto come “l’avventuriero”, aveva fama di essere una persona irosa e violenta e, durante una delle lezioni con Artemisia, approfittò dell’assenza del padre e la violentò.
La prassi dell’epoca prevedeva, in casi simili, il ricorso al matrimonio riparatore, che però non avvenne mai poiché Tassi era già sposato. Dopo quasi un anno dal fatto, Artemisia e il padre decisero di denunciarlo: cominciò per la ragazza un processo lungo e doloroso durante il quale venne sottoposta ad un interrogatorio sotto tortura, la cosiddetta tortura della sibilla. Questa pratica consisteva nel legare le dita con delle cordicelle che man mano si stringevano sempre di più fino a stritolare le falangi, un danno incalcolabile per un’artista del suo calibro. Artemisia tuttavia voleva ottenere giustizia: non si tirò indietro e fece una deposizione che alla fine del processo le diede la vittoria. Tassi fu esiliato da Roma, ma godeva di una fama troppo grande nella capitale e quindi non se ne andò mai. Artemisia, il giorno dopo il processo, prese le sue cose e si trasferì a Firenze, dove sposò il pittore Stiattesi. 

Nella città fiorentina la sua arte sbocciò. Venne ammessa all’Accademia delle arti del disegno, prima donna in assoluto a riuscire in tale impresa, e coltivò amicizie profonde con alcune delle personalità più famose del tempo, come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del celebre artista. Dipinse in questo periodo alcune delle sue opere più famose, come ad esempio Giuditta che decapita Oloferne. Ebbe diversi figli e nel 1621 decise di separarsi dal marito: voleva essere una donna indipendente, libera dalle strette catene della società patriarcale. 

Giuditta che decapita Oloferne, olio su tela, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze

Nel resto della sua vita viaggiò molto: tornò a Roma, visse qualche anno a Venezia, si trasferì a Napoli e soggiornò anche a Londra presso la corte di Carlo I. La città che le rimase nel cuore però fu Napoli, dove era riuscita a inserirsi nel tessuto artistico e sociale e riceveva spesso committenze prestigiose. Morì nel 1656, presumibilmente a causa di un’ondata di peste che colpì Napoli in quegli anni e ne decimò la popolazione. 

Artemisia Gentileschi è considerata una delle prime icone femministe del mondo. Innanzitutto, essendo l’arte una prerogativa maschile, dovette affrontare diversi ostacoli durante la sua carriera: da giovane fu obbligata a destreggiarsi tra la sua passione, l’arte, e i doveri domestici che ci si aspettava dalle ragazze del tempo; poi, come ricordato in precedenza, nonostante la vittoria al processo per stupro, la sua reputazione fu rovinata e dovette costruirsi una nuova vita in una città in cui nessuno sapesse di lei. 
Infine, Artemisia è stata la prima pittrice ad andare oltre quella concezione di donna come fragile e timorosa. Nelle sue opere spiccano le eroine bibliche come Giuditta, Lucrezia, Susanna: donne forti, coraggiose, vendicative e assetate di giustizia, rappresentazione della condizione femminile dell’epoca, vittime di soprusi ma capaci di ribellarsi e di contrastare la prepotenza maschile. 
Per secoli la pittrice fu poco conosciuta e spesso veniva ricordata per la vicenda dello stupro più che per la sua arte, come se questa fosse un fattore consequenziale dell’abuso. Non venne menzionata in nessun libro di storia dell’arte, né nominata o ancor meno elogiata da nessuno storico o critico. La musica cambiò quando lo storico dell’arte Roberto Longhi pubblicò nel 1916 un saggio su Artemisia Gentileschi come una delle più importanti pittrici caravaggesche e la moglie di Longhi scrisse il primo romanzo storico a lei dedicato. Da quel momento in poi l’interesse per l’arte, la figura e le idee della Gentileschi esplose in tutto il mondo: sono state allestite numerosissime mostre internazionali e Google ha persino realizzato un doodle tutto dedicato a lei. 
Il suo messaggio è finalmente arrivato forte e chiaro a tutti noi: “Mostrerò cosa può fare una donna”.

Beatrice Segato

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