“Trapped”: la serie da guardare se soffri di mal di natura

Battiato lo paragonava alla nostalgia per i suoi ricordi d’infanzia, i viaggiatori che scoprono il continente nero lo sperimentano al ritorno. È il mal d’Africa, un senso di nostalgia così struggente da essere quasi doloroso, da togliere il fiato. Quel senso di oppressione al petto che si prova guardando le foto di un posto che ti ha conquistato, in cui la maestosità del paesaggio o lo stile di vita non si percepiscono solo di fronte alle savane. Io lo provo guardando i ghiacci del nord, una sorta di mal di natura selvaggia, una nostalgia per un posto in cui è l’uomo che subisce la natura, più matrigna che madre. Se anche voi provate una nostalgia o un desiderio di natura incontaminata simile, c’è una serie che fa per voi!

Trapped

Trapped è una serie thriller islandese del 2015, arrivata da poco su Netflix, che segue un poliziotto burbero ma brillante, Andri Olafsson, e i suoi colleghi mentre omicidi spaventosi scuotono minuscoli villaggi incastonati tra i ghiacci. La serie, composta da due stagioni ma rinnovata per una terza, segue un’impostazione semi-antologica: i personaggi a cui ci siamo affezionati restano gli stessi ma la storyline principale viene interamente conclusa nella stagione, il che rende la serie estremamente adatta al binge watching e uno degli acquisti più riusciti del nuovo catalogo Netflix.

Perché guardare Trapped

Perché ribalta i cliché del genere

Trapped non è certo il primo nordic noir ad arrivare sui nostri schermi: nell’ultimo decennio siamo stati inondati di thriller scandinavi, tutti con caratteristiche comuni che ne hanno fatto un genere ben preciso. Un approccio lento alla trama, il focus sull’aspetto psicologico sia del killer che dei poliziotti, una notevole violenza come ovattata dall’ambientazione gelida e soffocante. Questi elementi, che hanno fatto la fortuna del genere, negli ultimi tempi hanno subìto una sorta di esasperazione e sono diventati comuni non solo dei prodotti nordici ma in tutti i thriller, fino a risultare quasi artificiosi e manieristici. Trapped si discosta un po’ da questa tendenza ed è una novità – o meglio, un ritorno alla tradizione – benvenuto nel panorama dei thriller televisivi, ancora di più perché viene proprio da una serie nordica. Alcune caratteristiche vengono mantenute: l’ambientazione quasi claustrofobica dei minuscoli paesini pieni di segreti, i poliziotti un po’ tormentati… Questi elementi, però, vengono affiancati da un ritmo incalzante, più “americano” e da una trama che si concentra più sul caso in sé, che sugli elementi psicologici della storia. Il risultato è il migliore possibile che potrebbe nascere dalla combinazione di questi elementi, liberandosi di alcuni cliché ma mantenendo i punti di forza del genere nordic noir.

Per i personaggi e la storia in secondo piano

Quando si parla di luoghi remoti, un po’ fuori dal tempo, è facile cadere nell’errore di descriverli tramite stereotipi per turisti, come se non fossero posti veramente esistenti, in cui vivono persone veramente esistenti ma semplici luoghi da cartolina. è quello che era successo, per esempio, con un’altra serie islandese, attesissima nel 2021 ma in ultima analisi un po’ deludente, Katla. La serie prendeva il nome dal vulcano che sovrasta la cittadina islandese di Vik, un vulcano attivo che erutta più o meno una volta ogni 100 anni e che ha eruttato l’ultima volta nel 1918. Proprio perché l’eruzione del Katla è imminente, secondo i geologi, gli abitanti di Vik sono sottoposti a continue prove di evacuazione e vivono con una spada di Damocle sulle spalle che però non impedisce alla cittadina di essere una delle più fiorenti di Islanda. La serie non esplora per niente questa realtà limitandosi a infinite inquadrature di ghiacciai e spiagge nere e dipingendo Vik come una città fantasma, cosa che non cattura a pieno la complessità della vita reale in un posto così complicato. Trapped mostra una volontà di raccontare la vita quotidiana (per quanto omicidi, incendi e rapimenti possano essere definiti quotidiani) in maniera più sincera. Così, per esempio, accanto alle inquadrature magnifiche emergono vari conflitti: le differenze di qualità di vita tra nord e sud, le differenze nella diffusione delle tipiche idee progressiste nordiche tra un nord povero e conservatore che vive di allevamento e agricoltura e un sud più ricco e progressista la cui economia è basata sul turismo. E, ancora, il rapporto ambivalente con i turisti: fonte di ricchezza da un lato, elemento che rischia di trasformare il Paese in un parco giochi, dall’altro. E poi la xenofobia, l’omofobia delle zone rurali, così in contrasto con la spianata arcobaleno di Reykjavík, la tensione tra industrializzazione e tradizionale economia di sussistenza.

Per la sua protagonista indiscussa

Trapped si muove attorno a tanti personaggi, primo tra tutti Andri ma anche i suoi colleghi Hinrika, una figura di poliziotto femminile molto ben riuscita e Asgeir, una sorta di spalla comica che riesce comunque a mostrare una sua profondità. Ma la vera, incontrastata, protagonista di Trapped è la sua ambientazione: la natura incontaminata dell’Islanda del Nord. Il titolo della serie viene dalla trama della prima stagione in cui una nave di turisti danesi viene bloccata in un porto del nord da una tempesta di neve e uno dei passeggeri viene trovato morto e mutilato. La cavalleria da Reykjavík non può arrivare per il maltempo e i poliziotti locali sono costretti a fare del loro meglio con le limitatissime risorse a disposizione. La neve, il ghiaccio, la montagna continuano a incombere minacciosamente su un Andri sempre più disperato, dando veramente l’impressione di una lotta non solo contro comuni criminali ma contro esseri ancestrali e assolutamente superiori. In Trapped la natura è una presenza costante e l’uomo è impotente di fronte a essa: l’ingegno umano è fondamentale e si può apprezzare al massimo quando permette di sopravvivere in ambienti così estremi, ma c’è un limite oltre il quale l’uomo non può proprio spingersi. In Trapped vengono anche affrontati temi come l’inquinamento, ma in ultima analisi è sempre l’uomo a subire la natura, mai il contrario.

Ginevra Gatti

credits immagine di copertina: rottentomatoes.com

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